Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 13: Spiriti dell'acqua.


Titolo originale: The Enchanted World 13: Water Spirits. 1986
Traduzione e adattamento di: Laura Minnai.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: L'acqua, da sempre considerata fonte di vita, cela in verit segreti terribili e creature malvage oltre ogni immaginazione. Dalle sirene ai mostri marini esplorando un mondo sommerso sconosciuto.
.
...
Il Curatore.
.
Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
...
.
...
Indice.
.
Capitolo Uno.
L'Origine dell'Universo.
I Flagelli del nord.
.
Capitolo Due.
Le Sfide al Regno degli Dei del Mare.
I Predatori del Mondo Primordiale.
.
Capitolo Tre.
fantasmi del Vento e del Mare.
Appuntamento con la Nave della Morte.
.
Capitolo Quattro.
pericolose Terre di Confine.
Un'Infausta Alleanza tra Terra e Acqua.
.
Fine Indice.
...
.
...
Capitolo Uno L'Origine dell'Universo.
.
Lungo le scoscese coste meridionali della Cornovaglia, un tempo le popolazioni di pescatori perlustravano il litorale in cerca dei tesori di qualche nave naufragata. Questi uomini attendevano i venti forti che soffiavano nel canale della Manica, poich essi scaraventavano i vascelli mercantili di legno contro le scogliere della Cornovaglia. Cos, per diversi giorni dopo una tempesta, i frammenti delle navi e le merci che esse trasportavano venivano restituite dalle correnti alla terraferma. Gli abitanti dei villaggi che trovavano questi tesori scampati al disastro li consideravano doni del mare. Infatti si pensava che per ogni vita catturata dal mare, quest'ultimo donasse i mezzi di sussistenza a un'altra.
Tuttavia, a un abitante della Cornovaglia, il mare offr molto di pi. Costui, un uomo di mezza et di nome Lutey, viveva serenamente con la moglie e un cane in una modesta casetta a Cury, vicino a Lizardint. La vita dell'uomo cambi in un nebbioso pomeriggio di primavera. Quel giorno, in compagnia del suo cane, l'uomo si aggirava per la scogliera sottostante alla ricerca di qualcosa. Poco dopo ud un debole lamento, poi un altro. Egli allora si mise a seguire il suono, jngendo cos a un gruppo di massi che cingevano una piccola cavit. Con l'alta marea, la spuma delle onde entrava e usciva, ma con la bassa marea, il luogo era diventato uno specchio d'acqua diviso dal mare, suo genitore, da una distesa di sabbia e da rocce chiazzate di verde. Era dunque terra o mare?
Era entrambi e nessuno dei due: una via di mezzo e i suoi contorni cambiavano con l'alternarsi delle fasi lunari. Presso questi luoghi, mutevoli e magici, delle strane creature potevano accedere al mondo dei mortali, come appunto fece uno spirito quello stesso giorno. Scrutando l'interno di quel cerchio di rocce, Lutey incroci lo sguardo di una creatura di un'altra epoca e regno.
Erano occhi spaventati, in un dolce e pallido viso nascosto per met da capelli fulvi. Questa creatura era chiaramente di sesso femminile dalla testa alla vita, ma dai fianchi il suo corpo assumeva una forma sempre pi stretta e splendeva sopra la superficie dell'acqua. Lutey rimase attonito e immobile: aveva infatti trovato una sirena.
"Aiutamiella piagnucol. "Aiutami a uscire". La creatura si dimenava nell'acqua poco profonda; Lutey avanz guardingo, facendosi largo tra minuscoli pesci e granchi che circondavano la sirena.
"Posso darti alcuni poteri, se mi riporti nel mareella afferm, sollevando le braccia come una bambina fiduciosa.
Lutey si pieg e la sollev: la sirenaera leggera come una nuvola; ella gli cinse il collo mentre lui si incamminava, prima sulle rocce, poi sulla distesa di sabbia. Il cane trotterellava dietro di lui uggiolando nervosamente. Presso la riva del mare, Lutey si ferm. La sirena lo fiss in volto e si rannicchi nelle sue braccia. "Dimmi che cosa desidera il tuo cuoreella mormor. "E l'avrai, qualunque cosa sia".
L'uomo osserv per un momento il mare, poi disse: "Voglio il potere di rompere gli incantesimi malvagi". La stregoneria era praticata da tempi remoti nella sua terra circondata dal mare. Un abitante della Cornovaglia pieno di risentimento per qualcosa poteva arrecare sfortuna a un suo vicino solamente con il desiderio; l'uomo che fosse in grado di annullare tali sortilegi era quindi molto ricercato.
La sirena sorrise e gli sfior delicatamente il viso con un dito. "Questo sar fattoella disse. "E poi quale altro favore vuoi?".
Lutey ora era nell'acqua, le onde spumeggianti si infrangevano contro le sue ginocchia. "Voglio i poteri magici di guarire le persone".
"Sar fattoella disse. "Ancora un altro".
"Voglio questi poteri per i miei figli, i loro figli e i figli di questi, cosicch il nome della mia famiglia sia onorato per sempre".
"Lo hai gidisse la sirena. "Per la tua progenie, possiederai tutti questi doni". Come pegno, egli prese il pettine d'avorio che le legava i capelli, e le trecce si sciolsero facendo ricadere le chiome sulle spalle e sul candido corpo. La sirena tenne stretto il pettine nella mano dell'uomo che, fermo davanti al mare, sentiva la forza trascinante delle onde della marea. I piedi affondavano sempre pi nella sabbia man mano che le onde lo assalivano, e dalla costa il cane emise un latrato. La sirena rideva, tenendosi stretta al collo dell'uomo. Goccioline d'acqua brillavano sulle sue ciglia. Adesso i due erano nell'ambiente naturale della sirena. Ella tir a s la testa di Lutey in modo da avere la bocca all'altezza del suo orecchio e gli sussurr: "Rimani con me, quali piaceri hai lasciato sulla terra?".
Lutey fece resistenza, ma le fragili braccia di lei erano incredibilmente forti, tanto che i suoi piedi scivolavano sul fondo del mare. Giunse il cane a tirarlo per i pantaloni e finalmente, con passo incerto nell'acqua bassa, l'uomo riusc a liberarsi della sirena. Istintivamente estrasse dalla tasca un coltello. Alla vista della lama, la magica creatura si diede una spinta con la coda, inarcandosi.
"Addioella disse allora con voce melodiosa. "Per nove anni io aspetter. Poi ci incontreremo nuovamente". Spiccando un salto s'immerse nell'acqua profonda, e prima che scomparisse nel verde mare Lutey vide per l'ultima volta la sua chioma ondeggiante e fulva. Spronato dal cane, l'uomo avanz faticosamente sulla costa e si arrampic fino alla casetta, tenendo sempre stretto il pettine in una mano e il coltello nell'altra.
La moglie lo attendeva sulla porta. "Ora, cos' questo?ella disse. Sei fradicio, e hai da mostrare solo un pezzo di osso dopo ricerche di un intero pomeriggio?".
" un pettinedisse Lutey accigliato.
"Un pettine!ribatt la moglie. "Ma non vedi che e una fila di denti della mandibola di uno squalo".
Lutey lo osserv bene e scopr che era cos. "Ciononostante lo terregli disse, e segu la donna dentro casa. Con cura appese il trofeo sulla trave tra le reti da pesca, i gavitelli di legno e le intelaiature ad asciugare. Poi distese i vestiti bagnati vicino al fuoco e consum in silenzio il pasto con la moglie seduta di fronte a lui. Dopo la cena, la donna volt il suo imperturbabile viso e si mise curva a cucire. Lutey and a letto. Rimase desto, rimirando l'oggetto tolto alla misteriosa sirena finch il mugghiare continuo del mare all'esterno non lo fece addormentare.
Qualche giorno dopo, mentre Lutey percorreva la strada maestra vicino al villaggio, in mezzo a un cespuglio di biancospino battuto dal vento, scorse un contadino in gnocchio vicino a una mucca morta. Questa era una delle molte vittime del suo bestiame, ma non conosceva chi fosse il responsabile della maledizione.
 Il pescatore si inginocchi e disse: "Una strega ne  la causa, pertanto devi fare un salasso alla prossima mucca che si ammala, e mettere il sangue su un mucchio di paglia. Quando si  essiccato, brucia la paglia, fai bene attenzione alla prima persona che attraverser il fumo, quella sar il tuo nemico. Poi affronta la strega come vuoi". Il contadino rimase in silenzio per un momento, ascoltando perplesso le sue parole. "S, certoe non disse altro. La strana prescrizione port immediati risultati e la voce della saggezza di Lutey si propag ben presto nel villaggio di Cury. Lutey si accorse cos di possedere realmente la facolt di guarire grazie al dono della sirena.
Il pescatore salv poi un bambino. Nel cuore della notte un uomo gli chiese aiuto, e con la lanterna lo guid in una povera angusta casetta vicino alla baia, dove una madre vigilava il giaciglio su cui era disteso il suo piccolo, in preda agli attacchi della febbre.
"Il cambiamento della marea  prossimoella diceva ansiosamente. Vi era la credenza, molto radicata, che la morte sopraggiungesse con la bassa marea; se il moribondo resisteva fino al sopraggiungere dell'alta marea, sarebbe sopravvissuto per altre sei ore.
Lutey port il bambino fuori, percorrendo un roccioso sentiero fino a un bosco dove un giovane albero si ergeva all'ombra del suo maestoso genitore. Si trattava di un frassino, l'albero ritenuto sacro dagli inglesi, per ragioni ormai obliate da molto tempo. Egli pose il fanciullo tra i rami. E, nel momento in cui vi fu un intervallo tra la bassa e l'alta marea, la magia pervase il giovane albero e la febbre del bambino scese. In autunno, quando le sardine erano abbondanti, Lutey non aveva tempo per pescare. La sua fama di guaritore, si era diffusa oltre Cury e Lizard Point. La povera gente si recava da lui quando aveva problemi, e per pagare, quando non poteva permettersi di pi, portava giare di olio di pesce o pezzi di robusta corda. Il pescatore sembrava conoscere ogni rimedio: egli conserv un pezzo di corda - usata dal boia - per curare la scrofolosi e vendette formule magiche scritte da portare intorno al collo per allontanare i desideri maligni. Inoltre egli conosceva ricette segrete. Uno dopo l'altro, i figli di Lutey ormeggiarono le loro barche e si unirono al padre. Inoltre, questi ultimi scoprirono i poteri delle foglie di angelica e dei fiori di sambuco per curare un raffreddore, e del senecione per arrestare i brividi della febbre malarica. La capacit di guarire la acquisirono in modo misterioso, come se gli fosse data dall'acqua in cui si bagnavano e dall'aria che respiravano. Lutey non rivel la fonte di tale sapienza e conserv il pettine per molti inverni piovosi ed estati luminose annunciate dalla fioritura delle gialle ginestre.
Dopo alcuni anni egli trasloc in una casa pi grande, con un piano superiore e molte stanze per accontentare la collerica moglie. Con il passare degli anni divent sempre pi silenzioso e spesso tornava nella sua casetta di pietra - quando c'era la bassa marea - per sedere, solo, presso quel magico specchio d'acqua.
Un giorno, all'improvviso, egli prese le reti per le aringhe e si diresse verso il mare. "Vado a pescaredisse solamente, non era per giorno di pesca: nel porto del villaggio onde minacciose si infrangevano contro le barche; sopra la costa, il cielo era pieno di nuvole che correvano velocemente a causa del vento che infuriava. I figli di Lutey si scambiarono degli sguardi significativi, e il pi giovane segu il vecchio per assicurarsi che non gli succedesse nulla. Alla fine, comunque, il giovane rimase indifeso contro le forze che contrastarono il padre. Lutey aveva spinto un piccolo schifo nell'acqua ed esso si muoveva in su e in gi senza che il vecchio lo guidasse. All'improvviso braccia candide e una chioma luminosa apparvero intorno all'imbarcazione: la sirena era affiorata tra le onde, ancora giovane e bionda, a differenza dei capelli del mortale che erano diventati sottili e brizzolati. Mentre il figlio osservava il litorale, la creatura fece un cenno. Lutey si alz barcollando per il moto ondoso e grid al figlio: "La mia ora  arrivata". Poi il padre si tuff nell'acqua e scomparve. In seguito il giovane raccont semplicemente che l'acqua sembrava aver inghiottito Lutey ancora vivo. E in un certo senso era stato cos: infatti con quel tuffo il vecchio si era inoltrato in un altro mondo, un mondo tanto antico e imperscrutabile quanto il tempo stesso. La sirena ora lo aveva con s, trascinandolo sempre pi gi attraverso corridoi di colore verde pallido fino alla sua grotta marina che si trovava molto al disotto della costa della Cornovaglia. Se avesse mai rimpianto ' di aver lasciato il mondo degli uomini e delle barche, se la dimora della sirena fosse umile e bella, se ella tenesse soltanto lui o altri uomini, nessuno lo seppe mai. Lutey non fu pi visto sulla terra. L'incantesimo della sirena dur per tutta la sua progenie (per generazioni, i Lutey di Cury furono famosi per i loro poteri contro le malattie e la stregoneria), ma la sirena richiese comunque sempre un pagamento. Si raccontava che ogni nove anni, regolarmente come lemaree,unodei discendenti scomparisse in mare.

Un tempo tali racconti di magia erano molto diffusi tra le popolazioni che vivevano ai margini della terra, poich le loro vite erano in balia del mare.
Nel palcoscenico del mondo dei mortali, il mare recitava pi ruoli: era la culla e la tomba, la fonte della vita e la sua rovina; era nel contempo uno straniero e un familiare, un legame che univa il litorale finito al regno misterioso dell'infinito; inoltre attraeva gli uomini della terraferma: anche presso i pi antichi popoli di agricoltori vi erano uomini colpiti dalla febbre del mare, marinai che costruivano imbarcazioni di fortuna e affrontavano la distesa marina in cerca di avventure. Essi infatti correvano grandi rischi: tutti gli uomini di mare, naturalmente, affrontavano i pericoli delle tempeste e delle scogliere. Alcuni raccontarono di mostri terrificanti, demoni che dimoravano nelle profondit marine per tormentare e per nutrirsi dei mortali intrusi. Si narrava che alcuni fossero creature mostruose che abitavano gli oceani fin dalle origini del mondo. Altri erano fantasmi di uomini e navi che erano morti e naufragati in mare, e ora, a quanto si diceva, erano ritornati per attirare i vivi a quello stesso destino.
Gli spiriti maligni abitavano anche nelle fresche acque dei laghi, nei ruscelli e negli stagni che affioravano molto lontano dalla costa, alimentati da invisibili fonti sotterranee. Queste creature dell'acqua potevano assumere varie forme, sia terrificanti sia seducenti. Alcuni apparivano come uomini, ed erano attraenti e dolci come la sirena che strapp dalla propria terra Lutey di Cornovaglia. Tutti erano figli e figlie dell'oceano primordiale che circondava l'universo e al cuore del loro essere vi era una potente magia che contraddistingueva le divinit pagane nemiche delle nuove civilt.
Secondo gli antichi, queste magie non avevano limiti; con il pretesto di adorarli, gli uomini cercavano di impadronirsi della forza divina. Alcune storie narravano di alcune acque che erano in grado di donare la saggezza agli uomini e agli dei, potevano curare le malattie e purificare l'anima dal male, nonch ridare la giovinezza alle persone anziane e riportare in vita i morti.
Gli indiani dell'India, per esempio, consideravano sacro il Gange e percorrevano lunghe distanze per purificare se stessi nelle sue acque fangose poich queste scorrevano dall'Himalaya attraverso il continente e sfociavano nel golfo del Bengala. Il credente portava via una fiala di acqua fangosa da usare come antidoto contro gli spiriti maligni. Essi la versavano nella bocca di un morto, o la spargevano su una coppia di sposi per favorirne la fertilit. Si raccontava che il fiume fosse stato creato come l'incarnazione terrestre della dea ind Ganga, che ebbe l'ordine dai cieli di benedire e santificare la razza degli uomini. La dea giungeva cos arrabbiata alla sua cascata d'acqua che il dio Siva dovette intervenire per salvare la fragile terra dall'impatto di questa caduta: Siva prese il torrente celeste sulla sua potente fronte e incanal il corso del fiume nel labirinto della sua chioma intricata.
Altre acque magiche sgorgavano dalle fenditure della crosta terrestre, cio sorgenti calde e fontane di acqua minerale che sembravano destinate a curare e ringiovanire. Con gli occhi chiusi e gli arti infermi, generazioni di fedeli si affidavano a questi luoghi, sperando di detergere le proprie malattie. I Celti raccontavano di uno stagno miracoloso, il pozzo della Fine del Mondo, che aveva il potere di riportare in vita i morti e far rivivere quelli pietrificati da un incantesimo.
C'era chi credeva che la sapienza risiedesse nell'acqua che affiorava in alcuni punti della superficie della terra. Infatti, secondo la mitologia norvegese, Odino, il supremo dio di questo popolo, nella sua inesorabile ricerca della conoscenza, sacrific un occhio per il privilegio di bere a tale fonte. Essa era nascosta all'interno delle radici nodose dell'albero primordiale dal quale si era formato il mondo, ed era pervasa di una magia cos potente che una sola sorsata delle fresche acque gorgoglianti donava saggezza in abbondanza, accompagnata da una sete inestinguibile di ulteriore sapienza.
 Dappertutto nelle povere e desolate lande del mondo primitivo, la gente era ssetata dell'acqua della giovinezza, segrete fonti dove presunte fate immergevano i loro figli per preservarne i corpi dalla mortalit. Per uomini e donne che si aspettavano di diventare vecchi prima del quarantesimo anno d'et, questa magia era irresistibile, poich potevano recuperare dalle fresche acque la giovinezza che era trascorsa velocemente; essi dunque si nmergevano con la pelle rugosa e riemergevano nuovamente con il corpo fresco e bello. Dicerie sui vijar nuda o i fiumi senza et, si erano diffuse nelle canzoni indiane, e i giapponesi narravano di una fonte della giovinezza nascosta sulla cima del sacro monte Fuji.
 La maggior parte dei racconti di queste acque magiche era costituita semplicemente di leggende, cos elaborate e arricchite nel corso delle generazioni da perdere ogni collegamento con gli eventi reali. Il pi vero e grande miracolo realizzato dall'acqua fu comunque la creazione della vita stessa. Megli uomini, l'acqua attraversava le vene come componente principale del sangue; scorreva dal seno come latte per nutrire il neonato che era giunto alla vita navigando nel mare posto nell'utero materno. Nel mondo circostante, la pioggia determinava la nascita dell'erba, facendola crescere diritta e verde; inoltre gli uomini primitivi, scorgendo la presenza di un gruppo di alberi in una radura, potevano dedurre che l vi era un ruscello, fonte di vita. I primi insediamenti umani sorsero presso i fiumi, le sorgenti e i porti naturali: Gerico, forse la pi antica citt del mondo, fu fondata - in pieno deserto - presso una fonte d'acqua perenne.
Secondo gli antichi l'origine delle prime forme viventi sembrava inevitabilmente connessa con l'acqua. Anno dopo anno il Nilo si sollevava ricoprendo la terra, poi, quando le acque lentamente si ritiravano, ricomparivano i familiari appezzamenti di terra. Molti popoli antichi condivisero queste credenze, immaginando che il cosmo fosse formato da una espansione di acqua senza limiti o direzione: n a est n a ovest, n a sud n a nord, solamente nell' oscurit e nella profondit illimitata.
Tuttavia, ogni civilt spiegava in modo differente come il mondo fosse emerso dal grande oceano. Secondo gli Egizi, la terra ebbe origine da una sfera vuota fluttuante nell'oceano. Un mito indiano racconta come fosse emerso un grande albero dagli abissi e come col tempo vi fosse nato un verme. Questo poi cominci a mangiare il legno, e con il trascorrere delle epoche, quando la segatura cadde nell'acqua, il mondo si form.
A pi di tremila chilometri a occidente, nella fertile regione tra il Tigri e l'Eufrate, i Babilonesi descrissero l'unione delle acque dolci con quelle salate: la dea madre Tiamat e il padre Apsu si congiunsero per creare la prima razza degli dei. La loro prole, essi dicevano, modell i cieli e la terra dal mare primordiale.
Pi a nord, in Finlandia, gli antichi attribuivano la creazione all'opera di Ilmatar, la solitaria vergine madre dell'acqua. Ingravidata dalle rudi carezze del vento e delle onde, ella dunque prese un uovo rotto di uccello marino e con esso costru il mondo che avrebbe ospitato il futuro figlio. Con un frammento di conchiglia cre la volta celeste, e utilizz un altro come massa informe di terra sottostante. Il rosso e il bianco dell'uovo diventarono il sole e la luna, e i frammenti del guscio li trasform in stelle.
Mentre era ancora in attesa del figlio, Ilmatar modell la terra: le sue mani formarono il mare e i promontori, e i suoi piedi scavarono la cavit dell'oceano. Con il canto form le isole e i continenti, modellando le coste con il fianco. Quando ella fin, cre il primo uomo, Vainamnen. Cresciuto nel ventre di Ilmatar, egli si fece strada impaziente tra le ossa e la carne del corpo materno finch fu libero. Col passare del tempo percorse una landa senza nome per ammirare il mondo che sua madre aveva creato e per gettare quei semi che avrebbero portato frutti, cereali e fiori.
L'imperturbabile terra e i suoi abitanti non erano per pari al loro genitore. L'acqua era una forza incostante, piena di umori mutevoli e di contraddizioni: i fiumi che bagnavano la terra potevano essere ingrossati dallo scioglimento di strati nevosi delle montagne da dove essi nascevano; i terremoti provocatisi sotto i mari pescosi avrebbero potuto causare onde impetuose contro le ignare coste distruggendo mezzo mondo, quindi intere citt.

L'immagine speculare del mondo marino.
Secondo alcune saghe, la formazione del mondo avvenne in perfetta simmetria, in modo tale che ogni creatura vivente della terra avesse una controparte nel mare. Le immagini speculari degli uomini e delle donne erano i tritoni e le sirene, che governavano i regni sommersi. Tali regni avevano un abbondante serraglio. Il naturalista svedese Olaus Magnus descrisse i cavalli dalla coda di pesce che vagavano dalla Britannia alla Norvegia. Egli Inoltre parl di un pescecane che attaccava e divorava i bagnanti. E lo storico romano Eliano rifer che i mari che circondavano l'Isola di Taprobana, pi tardi denominata Ceylon, fornivano pascoli d'acqua per il pesce dalla testa di ariete e foreste per squamosi e acquatici leoni, elefanti di mare e altri esotici mammiferi marini.

Tuttavia - secondo gli antichi - in un'epoca imprecisata avvenne un diluvio di dimensioni colossali. Quali ne fossero le cause, nessuno pot dirlo con certezza. Coloro che narrarono questi momenti di terrore lo attribuirono alla collera degli dei contro i mortali, scatenando cos il diluvio per distruggere la razza umana.
Questa storia dell'inondazione come punizione, seppure in diverse varianti, venne raccontata presso molti popoli e incusse sempre timore. Il poeta latino Ovidio rifer la leggenda in modo particolareggiato. La piena distruttrice che egli descrisse fu mandata agli antichi greci da Zeus, dio del tuono. Quando il diluvio cominci, ci furono dei lampi e rombi di tuono. Un vento forte scagli torrenti di pioggia sul mondo e la terra si spacc facendo fuoruscire i corsi d'acqua sotterranei.
L'armonia del mondo, secondo Ovidio, si trasform in un caos terrificante. Si poteva vedere un contadino che navigava sopra il tetto della sua casa sommersa, cercando di raggiungere un'altura, un altro che navigava con uno schifo sul campo che aveva arato proprio il giorno prima.
"Qualcuno pescava sulla cima di un albero, o un'ancora si conficca nei prati o una chiglia sfiora le pergole che sono sott'acquascrive Ovidio.
"Nuota il lupo con l'agnello... uccelli vaganti guardano lontano, invano, le terre su cui posarsi, e cadono esausti in mare. L'inondazione ha sommerso tutte le alture, e nuove onde si frangono contro le cime delle montagne. La piena ha sopraffatto tutte le cose, o quasi tutte, e coloro che le acque hanno risparmiato, lentamente li vince il lungo digiuno".
Secondo molti racconti, almeno una coppia di uomini virtuosi sopravvisse al diluvio, in modo tale che la terra purificata potesse ripopolarsi dopo il ritiro delle acque. In questo modo la terribile fine si trasform in un nuovo inizio.
Lo stesso Zeus scelse due uomini che sopravvissero al diluvio descritto da Ovidio un vecchio di nome Deucalione e la moglie Pirra, che remarono al sicuro sulla cima del monte Parnaso. Dapprima, niente, eccetto le cime dei monti, emergeva dalle acque cosicch i sopravvissuti si ritrovarono completamente circondati da nuvole. Per nove giorni e altrettante notti la coppia pianse la terra che si stendeva sotto di loro.
Poi, a poco a poco, le acque si ritirarono e ricomparve il mondo. Il mare riottenne le coste, e i fiumi i loro canali. Deucalione e Pirra si commossero nel vedere le terre desolate che emergevano dinanzi ai loro occhi: una selvaggia landa punteggiata d alberi ricoperti dal fango, e non vi era alcuna traccia di vita umana.
Troppo vecchi per poter avere dei figli Deucalione e Pirra fecero quanto disse loro il dio. Essi raccolsero pietre dalla terra bagnata e, uno per volta, gettarono sassi dietro di s. Allora i sassi si ammorbidirono e assunsero forma umana, simili a statue incompiute. Con il passare del tempo si trasformarono in carne e sangue: quelli lanciati da Pirra diventarono donne, e quelli di Deucalione, uomini. Probabilmente questo racconto
spiega perch i Greci sono chiamati laoi, che significa pietre. Di coloro che sopravvissero al grande diluvio, il pi famoso  senza dubbio No. La sua storia non  per la pi antica.

i racconto biblico fa riferimento a uno pi antico che ebbe origine nel'Occidentale Mesopotamia, la fertile e ben irrigata regione dove si incontrano i fiumi Eufrate e Tigri. Qui, gli storici antichi raccontano la storia di Utnapishtim, pi antico di No, che fu avvertito in sogno dell'imminente inondazione mandata dagli dei della civilt sumerica per punire gli uomini ribelli. Il messaggio giunse a Utapishtim nella notte profonda, come se fosse stato sussurrato attraverso i muri di giunco della sua capanna da una divinit benevola. Egli dovette abbattere la propria casa e costruire una nave. La mattina, su un campo lambito dall'Eufrate, Utnapishtim depose la chiglia sulla costa dell'imbarcazione la cui lunghezza e larghezza formavano un quadrato di centoventi cubiti, circa cinquantacinque metri per lato. Questa nave fu dotata di sei ponti, e quello superiore fu coperto per un'eventuale pioggia. Il tavolato fu incollato con bitume, che si trovava abbondante nelle circostanti zone paludose. Quando ebbe finito, Ut-napishtim raccolse sotto il tetto a volta del vascello la sua famiglia. Inoltre volle con s degli artigiani per portare le abilit tecniche dell'uomo nel nuovo mondo: muratori e scribi, vasai e fabbri, tessitori e conciatori, marinai e mercanti, agricoltori e pescatori. E port nel vascello un maschio e una femmina di tutti gli animali della terra, non solo greggi e bestiame, ma serpenti e leoni, cos da non perdere alcuna specie.
La tempesta mandata dagli dei cominci di notte, come se volesse cogliere gli
 uomini alla sprovvista. Per sei giorni e sei notti essa infuri, mentre Ut-napishtim si rifugiava nell'ondeggiante arca. Quando le nubi si
 aprirono, il settimo giorno, Ut-napishtim apr i portelli dell'imbarcazione per far entrare il sole. Per molti altri giorni, il vascello navig in una calma e infinita distesa di acqua. Alla fine approd su di una montagna, incagliandosi in modo bizzarro in una nicchia poco profonda.
I viaggiatori non scorsero comunque alcuna terra: l'acqua lambiva ancora dolcemente i fianchi dell'imbarcazione. Il vecchio liber allora una colomba dalla gabbia e la lasci volare sopra la superficie dell'acqua: non trovando alcun rifugio, essa torn. La prova del giorno seguente riport il medesimo risultato: una piccola rondine liberata da Ut-napishtim ritorn all'arca, esausta. Il terzo giorno lasci andare un corvo che trov finalmente un punto dove atterrare, rivelando che le acque distruttrici si erano ritirate.
Non appena le terre emersero, gli uomini, scesi dall'arca, posero piede sul terreno fangoso. Gli artigiani e le mogli si dedicarono subito all'opera di ricostruzione del mondo che la piena aveva spazzato via. Ut-napishtim e la consorte non dovevano vivere comunque in questo mondo. Infatti, per la loro fedele lealt all'ordine sussurrato dagli dei essi furono ricompensati con qualcosa di molto pi prezioso della glorie o del potere: ricevettero il dono dell'immortalit e furono trasportati lontano dal mondo temporale, in un paradiso alla foce dei grandi fiumi, un'isola senza tempo come un gioiello scintillante nel mare del sole nascente. Qui, soli, furono posti a guardia del mistero della vita.
Nelle epoche che seguirono, un uomo discendente dai sopravvissuti al diluvio and l in cerca di Utp-napishtim. Costui era il guerriero sumero Gilgamesh, famoso nel mondo che si origin dal grande diluvio.
Su una fertile pianura tra il Tigri e l'Eufrate, Gilgamesh fond la citt di Uruk, attorniata da mura, con bianche case e giardini lussureggianti.
Inoltre l il piacere era diffuso in ogni quartiere. Presso il centro svettava una zig-at, un tempio a pi piani che costituiva la via per i cieli. Nelle sottostanti strade battute dal vento, vi era il mercato pieno di bancarelle che emanavano le fragranze delle spezie, e rumoroso per il belare delle pecore e le urla dei mercanti. La dimora di Gilgamesh era un palazzo ampio e arioso con mosaici dai colori brillanti sulle pareti. Venne per il giorno in cui tutti i piaceri di Uruk sembrarono vanificati. La morte colp il compagno del gran-re, l'amico della sua infanzia e giovent. Giorno dopo giorno Gilgamesh si inginocchiava presso la tomba di mattoni all'ombra delle mura della citt, al cui interno giaceva un corpo ornato di orecchini e braccialetti d'oro, a fianco una coppa e la spada del guerriero. Le mosche ronzavano intorno al tesoro; l'amato corpo emanava fetore mentre si corrompeva. Il re aveva fatto tutto il possibile, ma il suo compagno fu attratto nel mondo dei morti, un regno di polvere soffocante e oscurit sotto il disco piatto della terra, dove i mortali sedevano languendo per tutta l'eternit. Nessuno poteva sperare di sfuggire a questo destino.
Per sette giorni e sette notti Gilgamesh pianse ininterrottamente. L'ottavo giorno si alz e usc dalla citt. Egli lasci dietro di s le orchidee, i giardini, nonch i campi ordinati irrigati dai canali. Il re aveva un solo pensiero: trovare Ut-napishtim, sopravvissuto all'antico diluvio, e imparare il segreto dell'immortalit che si diceva il vecchio custodisse. Subito il prode guerriero perse la nozione del tempo. Come un animale accecato dalla fame, egli uccideva le bestie che incontrava per la strada, lo stambecco e la pantera, la iena e il leone.
A quelli che non pot mangiare tolse la pelle per coprirsi il corpo, e per scaldarsi quando la notte dormiva sotto le stelle. Vicino alla pigra bocca del fiume, dove la pianura cedeva alla palude, egli rem lentamente attraverso la desolata distesa di acqua bassa su un'affusolata canoa. Il silenzio era rotto solamente dal verso delle anatre e dagli aironi che avevano costruito il nido tra i giunchi.
Alla fine una montagna svett davanti a lui, arrestando il suo cammino: era un luogo di cui Gilgamesh aveva sentito parlare, ma che non aveva mai visto, il confine con il mondo dei mortali. Essa affondava le proprie radici nel regno dei morti. Non c'era alcuna strada intorno; il passaggio all'altro mondo avveniva attraverso il cuore delle tenebre, una galleria piena di funerea tristezza. Al di l vi era il mondo ignoto dove abitava Ut-napishtim.
Indomito, il re guerriero si inoltr nella gola che si apriva nella montagna; cammin nell'oscurit pi profonda, infatti non vedeva alcunch davanti e dietro di s. Il buio, oltre al freddo e all'umidit, lo opprimeva da ogni parte, e sembrava comprimere l'aria che gli usciva dal petto. Le sue mani si aggrappavano alle pareti trasudanti fango e brulicanti di piccoli esseri che si muovevano velocemente.
Gilgamesh li allontanava dalla sua pelle e senza vederli li schiacciava, per ore e per giorni. Alla fine, un punto di luce apparve lontano. Poco dopo, Gilgamesh si trov nel calore del giorno, accecato non dall'oscurit ma dalla luce del sole. Poi i contorni di un altro mondo si delinearono di fronte a lui. Egli si trov in un giardino in cui nessun mortale aveva messo piede. I fiori erano perle e il cielo lapislazzuli blu. Essi avevano foglie di giada e sottili spighe di agata al posto dei rovi. Al disopra, viti d'argento si incurvavano per il peso dei calcedoni rosso sangue. Gilgamesh discese questa foresta scintillante fino alle coste di un ampio e scuro mare. In lontananza era visibile un'isola verde nella bruma che si sollevava dalle acque agitate, fitta come un veleno e carica di pericolo. Questo era il rifugio di Ut-napishtim senza et, guardiano immortale del segreto della mortalit. Vicino a Gilgamesh sedeva una giovane donna intenta a preparare il vino in un recipiente dorato. Ella guard l'uomo che aveva di fronte, vestito con abiti da pellegrino con le pelli stracciate, con le guance incavate e la barba incolta. Perfino in quel luogo il suo nome era noto.
"Gilgameshella disse. "Perch sei giunto qua?".
Non appena ella apprese del suo dolore e della sfida alla morte, lo ' rimprover ridendo: "Non troverai mai ci che cerchi. Faresti meglio a toglierti la polvere che hai sui capelli, ed essere contento della vita nei limiti delle tue capacit. Godi della stretta di mano di un bambino, e del calore delle braccia di una donna. Vivere per sempre non  il destino dell'uomo".
Gilgamesh non voleva per fermarsi, e alla fine la guardiana della costa si decise ad aiutarlo. Lo condusse dal traghettatore di Ut-napishtim, che solcava le acque della mortalit per rendere il servizio agli immortali. Con gli occhi che rilucevano e sopracciglia irsute, il traghettatore scrut il viandante, poi gett un altro ostacolo sul suo cammino. Gli disse che era impossibile compiere la traversata, facendo cenno alla sua barca, una piccola imbarcazione di giunchi con un serpente scolpito a prua.
L'albero era perduto e i fermi dei remi erano in cattivo stato; non c'era altra via che remare ed egli non aveva remi. Gilgamesh smise di parlare e si incammin nella foresta: era troppo determinato per essere fermato ora da una barca di giunchi. Il guerriero estrasse l'ascia e tagli i pali per la traversata. Poi i due uomini si accinsero ad attraversare le acque della Morte.
Lo stesso Gilgamesh guid la barca, facendo attenzione che le correnti velenose che gorgogliavano attorno all'imbarcazione non si riversassero sul suo corpo. Dal momento che i remi erano stati avvelenati dall'acqua, li abbandon in mare dopo averli usati. Quando questi sparirono, Gilgamesh, pieno di iniziativa, si alz e isso il suo alto corpo come albero. Dispieg le braccia come pennoni, e us i indumenti in luogo della vela. In questo modo giunse all'isola dell'immortalit.
Ut-napishtim attendeva sulla costa per dare il benvenuto al re di Uruk. L'antico uomo era forte e annerito per i secoli rimasto sotto il sole, e non sembrava pi vecchio del pellegrino mortale. Gilgamesh sedette accanto al venerando uomo sull'isola luminosa, dove il dolore e le pene erano estranee e la morte non aveva potere, e nuovamente espose le ragioni del suo viaggio. Quando ebbe finito, Ut-napishtim scosse solamente il capo, come gi avevano fatto altre persone.
"Non c' alcuna cosa stabile nel mondodisse il vecchio. "Una casa  costruita per sempre? Il tempo della piena si protrae? La nascita e la morte sono intimamente legate al destino degli uomini". Gilgamesh per fu irriducibile.
"Perch tu allora da solo hai conquistato il segreto della vita?egli chiese, cercando un pretesto per rimanere. Allora Ut-napishtim descrisse il grande diluvio e le conseguenze, gli avvenimenti delle epoche passate che lo avevano condotto laggi. Sulla sabbia egli disegn l'imponente arca che aveva costruito, e come l'avesse divisa in nove parti con robuste paratie, cosicch ogni specie potesse avere un proprio ambiente nel quale superare la tempesta. Egli raccont in modo particolareggiato la paura del diluvio, delle acque basse prodotte dalla profondit della terra, delle nuvole attraversate dal bagliore infernale e delle piogge che si abbattevano sul ponte della barca. E raccont il rimorso degli dei quando tutto questo fin e la loro promessa ai nuovi pionieri della terra. L'umanit avrebbe potuto essere punita, nella sua rinascita, dalle razzie dei leoni e dei lupi, dalla pestilenza, dalla fame e dalla guerra, ma non ci sarebbe pi stata una distruzione totale quale quella del diluvio.
Quando il vecchio ebbe finito il suo racconto, Gilgamesh tuttavia desiderava ancora ci che era venuto a cercare.
"La vita che stai cercando io non posso dartela, n un uomo pu conservarladisse Ut-napishtim affaticato. "Se vuoi provare l'immortalit, metti alla prova te stesso: continua a dormire per sei giorni e sette notti".
Gilgamesh sprofond nel sonno prima che il vecchio ebbe finito di parlare e dorm per sei giorni.
Con l'intento di proseguire la lezione, Ut-napishtim disse alla moglie di cuocere una pagnotta ogni giorno e di metterla sulla testa del mortale. Il settimo giorno Gilgamesh si svegli e si stir.
Si alz in piedi.
Allora il venerando uomo gli dimostr la sua debolezza, nonch gli indomabili poteri del tempo, nelle umili pagnotte di pane. Quella cotta il primo giorno era dura come una pietra, la seconda era simile alla pelle. La terza era ammuffita, e la quarta aveva la crosta biancastra; la quinta era molliccia e la sesta era fresca. La settima invece era ancora calda di forno.
Gilgamesh afferr il messaggio. Egli per non aveva fame di pane. "Devi tornare a casa adessodisse il vecchio gentilmente, e al traghettatore aggiunse: "Vai. Tu che porti i mortali qui, sarai bandito dal regno degli uomini. Seguilo". Al momento della partenza, la moglie di Ut-napishtim vide che la speranza ancora echeggiava negli occhi del mortale, perci parl al marito e costui annu.
"Se vuoi provare il gusto dell'immortalit, Qilgamesh, allora ti riveler un segreto del mare". E dunque il vecchio raccont di una pianta che fioriva in un magico specchio d'acqua lontano dalla costa, a guardia del quale vi erano le stesse acque dall'alba dei tempi. La pianta era celata nelle profondit, e vi erano dei rovi a protezione dello stelo. Colui che fosse stato abbastanza forte e coraggioso da reciderla sarebbe stato per inondato della sua magia senza tempo. Essa aveva il potere di ridare la giovinezza, e cos di restituire la vita eterna. Qilgamesh balz in piedi. Insieme al nocchiero condannato, egli mise la barca di giunchi sull'ondeggiante corso d'acqua. Tali acque portavano oltre quelle agitate della morte, nel pi profondo canale dell'oceano e direttamente al luogo magico. Qilgamesh si tuff e scese in profondit, pi di quanto si fosse mai spinto essere umano. L egli trov, come gli aveva predetto Ut-napishtim, la grotta dove cresceva il fiore rosa. I suoi fragili petali e le cupe foglie verdi ondeggiavano come se facessero cenno alla sua mano protesa. Egli l'afferr, le spine punsero le mani finch non usc sangue in rivoli color cremisi. Qualcosa si allent e la pianta fu sua. Mantenendola vicino al petto, Gilgamesh emerse in superficie e and alla deriva, senza fiato, facendosi trascinare dalle correnti.
 Egli fiss senza parole il suo trofeo. Il traghettatore tir a riva la barca vicino a Gilgamesh, e i due uomini proseguirono il cammino. Per ragioni incomprensibili, Gilgamesh non rivel nulla del magico fiore, e lo tenne in mano cautamente per tutto il viaggio di ritorno, egli lo strinse sempre davanti a s, eccetto un solo momento: fu quello che rivel la sua mortale debolezza, che Ut-napishtim sapeva che si sarebbe mostrata.
Dopo un po' di tempo, quando erano a pochi giorni di distanza da casa, i due uomini si fermarono per rinfrescarsi nell'acqua di un pozzo. Quando Gilgamesh si mmerse, lasci la pianta sulla riva.
Il re di Uruk non era solo nel pozzo: lungo le fredde acque che lambivano la sua pelle, scivol qualcosa di muscoloso che si protese verso il luogo dove si trovava la pianta. Gilgamesh si gett in avanti, ma il serpente fu pi veloce. I suoi artigli velenosi si scagliarono sulla pianta, e l'istante successivo avvenne una terrificante trasformazione. Con movimenti precisi e cadenzati, la pelle cambi e ne rivel una sottostante luminosa, come per dimostrare a jilgamesh il potere del suo trofeo perduto.
Poi, tenendo ancora la pianta nelle sue fauci, il neonato serpente scivol di nuovo nel pozzo, ritornando nel luogo dove viveva il fiore. In questo modo molto rapido, le forze dell'antica magia contribuirono a recuperare il loro tesoro alla presuntuosa razza umana. Infatti tutte le acque della terra erano come un unico elemento in quei periodi antichi: i pozzi, i fiumi, le fontane, tutti i ruscelli, i laghi e gli stagni erano tributari del grande oceano del mondo.
Il re di Uruk si ferm presso la sponda e pianse. Infatti, egli era giunto in luoghi in cui l'uomo non aveva mai messo piede, ma non fu sufficiente. Aveva inoltre tenuto in mano il mistero della vita, ma anche quello non fu abbastanza. 11 mare non affidava facilmente i suoi poteri, come poi altri avrebbero appreso successivamente. Persino il pi grande dei re mortali non era che un vassallo del regno degli abissi.
Gilgamesh torn in patria, nella sua citt della pianura, e l visse i suoi ultimi anni in dignit. Il giorno triste giunse quando egli fu sepolto con la coppa e la lancia oltre le mura della citt. Con il passare del tempo niente rimase del re guerriero se non la sua storia. Perfino le possenti mura di Uruk diventarono polvere. Sopravvissero solo i fiumi, ingrossandosi e diminuendosi a seconda delle stagioni, irrigando le terre e portando per sempre generazioni di pellegrini nel mare.

I Flagelli del Nord.

Presso i marinai dei tempi antichi, anche il pi intrepido riconosceva la potenza del regno dei mari e pagava un tributo ai suoi spiriti. I norvegesi, quei feroci navigatori che erano il flagello dell'Europa, non temevano gli uomini, ma si inchinavano di fronte agli dei che governavano gli abissi. Di questi dei, il capo era il gigante Aegir, il cui vero nome significava "mare". Egli era il signore del profondo oceano, di quelle contrade selvagge e lontane dalle zone perlustrate dagli uomini; temuto persino dallo stesso dragone scolpito sulla prua delle lunghe navi norvegesi. Aegir era un dio dei mari calmi; tuttavia, al disotto delle acque bianche che spumeggiavano attorno alla prua delle imbarcazioni norvegesi, in un ambiente d'oro celato tra le pi profonde cavit del fondale marino, si nascondeva la sua compagna, Ran, la "ladra", una divinit crudele sempre avida di corpi e anime degli uomini. Ran si serviva di una rete per intrappolare le navi e trascinarle negli abissi, mentre le sue nove figlie dai capelli biondi assumevano la forma di onde omicide e inghiottivano i vascelli. Quei mortali catturati da Ran e dalle figlie morivano nel gelido abbraccio dell'oceano, e le loro solitarie ombre discendevano nell'acqua fino all'antro degli dei marini. L essi vivevano per sempre come fantasmi, lontani dalla luce del sole, dalla brezza marina e dal conforto della compagnia degli uomini.

Capitolo Due Le Sfide agli Dei del Mare.

 La pi antica avventura di mare risale a trenta secoli fa, quando ancora regnavano incontrastati gli antichi dei. Giasone ne fu l'eroe, principe di lolco, che aveva trascorso la sua giovinezza nascosto nei boschi del monte Pelio, sotto tutela del centauro Chirone. Egli era stato affidato alle cure di Chirone poich il crudele zio Pelia aveva usurpato il trono di suo padre e gli stessi genitori temevano per la sua vita. Tuttavia, quando divenne adulto, Giasone da solo discese dai monti e sfid lo zio, richiedendo la sua legittima eredit. Questo avvenne nel giorno della festa di Poseidone, Signore dei cavalli, provocatore di terremoti, nonch dio del mare.
Pelia, che si vantava di essere figlio di questa divinit, non poteva abbandonare le cerimonie religiose per uccidere il nipote.
tuttavia era risoluto a non cedere il trono: scrut Giasone per alcuni istanti e quindi decise le condizioni per la consegna e cos disse al nipote: "Portami il vello dell'ariete d'oro che si trova nella foresta di querce del re della Colchide. Recati l con una nave".
Questa impresa era veramente impossibile. Giasone avrebbe dovuto attraversare l'Egeo, dove regnavano dei e demoni capricciosi, e territori inesplorati governati da creature di cui nessuno si era preoccupato di fornirne la descrizione. La Colchide stessa era un paese lontano: esso si stendeva lungo le coste del mar Nero, il cui accesso era ostacolato da una magia che nessun uomo finora aveva sconfitto. E il re di questo territorio probabilmente non avrebbe ceduto facilmente il venerando tesoro del vello d'oro.
Era per proprio per cercare questo che Giasone era stato allevato e istruito. Il centauro Chirone, met cavallo e met uomo, fu il precettore degli eroi Eracle di Tirinto e Achille, nonch del maestro dei medici Aslepio; essi trascorsero l'infanzia nelle oscure foreste di pini delle montagne di Chirone, apprendendo da lui le arti della medicina, della musica e della guerra. Perci Giasone, edotto da un simile maestro, accett e si mise subito all'opera: invi emissari per tutto il territorio della Grecia, alla ricerca di futuri compagni.
La risposta che ebbe fu sorprendente.
Dopo un anno, in una mattina di aprile, quando i flutti si infrangevano contro il molo di pietra che formava il porto di Iolco, l'equipaggio di Giasone si riun per partire. Era formato dai cinquanta migliori guerrieri greci.
Tra costoro vi era Eracle di Tirinto, il pi forte degli uomini, l'astuto ateniese Teseo che a Creta aveva ucciso il Minotauro; il trace Orfeo, che era in grado di ammansire gli animali della terra con la musica della lira; Tifi della beota Sife, abilissimo timoniere; Nauplio e Eufemo di Tenaro, figli di Poseidone; i lacedemoni gemelli guerrieri Castore e Polluce; Linceo dalla vista acuta, che poteva vedere le cose fin nel seno della terra; Mopso il lapita, esperto nei vaticini; e Acasto di Iolco, figlio dello stesso Pelia che, contro il volere del padre, aveva insistito per partecipare all'impresa. Vi era anche una donna: Atalanta di Calidone, feroce e dalle gambe lunghe, famosa nella caccia e nella corsa. E il costruttore della nave: Argo di Tespie. Il suo nome significava "veloceed era stato dato alla nave da lui costruita.
L'imbarcazione stessa si trovava ora su rulli di legno posti in un trogolo incavato presso la riva del mare. Si trattava di un lungo e affusolato vascello, senza coperta ed esposto alle intemperie. Nel mezzo della carena si ergeva un ramo di un albero, la quercia di Dodona, che era cresciuta sopra un tempio sacro ad Atena, la dea della sapienza. Infatti, secondo alcuni, la stessa Atena aveva modellato la prua di Argo e le aveva donato la parola e la facolt di presagire il destino degli uomini. Inoltre, sempre a prua, erano dipinti due occhi che facevano perenne guardia contro le forze della magia.
Quindi, nel giorno della partenza, furono celebrati dei riti: l'equipaggio eresse un altare ad Apollo, il dio degli imbarchi; uccise due buoi e le loro cosce furono avvolte di grasso. Gli uomini diedero fuoco a fuscelli di olivo sull'altare e bruciarono l le offerte. E nelle fiamme, come era consuetudine, essi libarono vino e acqua, mentre il fumo del sacrificio si slanciava nel cielo.
Dopo questa cerimonia giunse l'ora di salpare. Gli uomini fissarono i remi negli scalmi di pelle che erano allineati nel parapetto di Argo e si alzarono e si abbassarono ritmicamente per spingerla in avanti. Gemendo e sollevando fumo per l'attrito, Argo scivol nel porto: essa dolcemente penetr nell'acqua poco profonda, in balia dei venti e delle onde. Dalla prua si lev un grido di incitazione, come se la barca fosse desiderosa di dare l'addio. Gli uomini dissero che il grido proveniva dalla stessa quercia sacra.
In pochi attimi, l'equipaggio si era disposto a coppie nei banchi dei rematori, ponendo le armi al disotto, e, tenendo sollevati i remi in segno di saluto, scrutava Giasone, il capitano, mentre celebrava gli ultimi riti agli dei che governavano il mare. Costui vers un'offerta di miele e vino nelle acque che lambivano Argo. I marinai sapevano bene che essi si sarebbero inoltrati in un regno che apparteneva alle divinit potenti e antiche, ed essi ora pagavano il tributo richiesto.
Quando il vino fu versato, cinquanta remi scivolarono nell'acqua all'unisono, e Argo si protese verso il sole nascente,
lasciando dietro di s una bianca spuma. Dalla costa rocciosa, il centauro Chirone dava la sua benedizione ai marinai, osservandoli finch la nave non divenne un puntino nelle acque del golfo di Pagase. Quando il sole fu alto, essi doppiarono un promontorio e si spinsero nelle acque color lapislazzulo dell'Egeo. Alle loro spalle si sollev il vento, ed essi disarmarono i remi e alzarono il pesante albero dallo scafo e lo legarono saldamente alle traverse a met della nave.
Quindi resero pi veloce l'imbarcazione con le sartie tirate a prua e a poppa, e
spiegando l'ampia vela di lino dal pennone. Essa si gonfi e si tir alle scotte.
Ora gli uomini rimasero fermi ai loro posti. A poppa, con la mano fissa sul timone, il pilota Tifi guidava Argo mentre si muoveva sospinta dalla brezza. Non vi era alcun segno che occhi saggi osservassero i marinai dalle profondit delle acque spumeggianti.
Cos la compagnia si diresse a nord-est, verso la costa della Frigia. L essi avrebbero dovuto negoziare lo stretto passaggio dell'Ellesponto per poter dunque navigare nel mare della Propontide. Essi da l avrebbero attraversato il Bosforo e il mare interno, per avanzare poi lentamente lungo la costa settentrionale dell'Asia Minore e raggiungere la lontana costa della Colchide.
L'inizio del viaggio fu favorito da giorni di bel tempo e temperatura mite, poich il vento soffiava costantemente alle loro spalle, consentendogli di riposare e di sognare cullati dal mare sferzato dal sole. L'ampio specchio d'acqua era disseminato di isole montuose: esse apparivano una dopo l'altra; dapprima non erano altro che un'oscura macchia all'orizzonte, poi ciascuna assumeva contorni e colori nitidi appena la nave si avvicinava. Scintillanti oliveti grigio-verde facevano contrasto con il verde delle giovani messi. Sui fianchi rocciosi dei rilievi, si potevano vedere brucare le pecore. Poi tali immagini dettagliate si ritrasformavano in un indistinto colore blu, e un'altra isola si ergeva all'orizzonte a incantare i loro occhi.
Tuttavia, in alcuni giorni i marinai dovevano lavorare duramente, poich la vela poteva essere usata solo quando il vento era a favore della nave. Quando la brezza era contraria, gli Argonauti toglievano l'albero con la vela e lo riponevano nello scafo, attaccandosi dunque ai remi. Allora Orfeo prendeva il suo posto a prua e dava il ritmo ai rematori con la sua lira.
Sia che veleggiassero o remassero, gli Argonauti seguivano lungo la linea costiera dove era loro possibile oppure percorrevano brevi tratti di mare da isola a isola. Navigavano di giorno e approdavano di sera; le nere spaccature della costa secondo i marinai segnalavano le foci dei fiumi. Al riparo, in tali acque calme, fuori dalla vista dei pirati e degli animali feroci, gli uomini potevano ormeggiare. Allora essi cacciavano, riempivano le giare d'acqua e finalmente mettevano a dormire Argo sotto le mobili stelle.
 Approdi simili erano migliori delleavventure degli Argonauti, poich il loro viaggio fu contrassegnato da pericoli: essi dovettero attraversare l'Ellesponto di notte per evitare i soldati del re di Troia, posti a guardia dello stretto. Nella penisola di Arto nel mare della Propontide gli eroi combatterono giganti a sei braccia. In seguito, dopo essere ripartiti, furono trascinati a riva da un vento forte e attaccati da una schiera di soldati, che essi per uccisero. Al mattino, comunque, i marinai scoprirono che tali guerrieri erano al soldo di un piccolo re che aveva dato loro rifugio solamente alcune notti prima e che dunque era stato un loro leale amico. Ora quindi si erano macchiati di una colpa sanguinaria, e sentirono la collera degli dei del luogo: nuvole foriere di tempeste si formarono intorno a loro, e il vento di mare infuri per dodici giorni, sollevando le onde contro le montagne e percuotendo la costa con una fredda pioggia. Il tempo volse al bello solo dopo che essi ebbero sacrificato a Rea, la dea madre della terra che l'omicidio aveva profanato.
Allontanatosi sulla costa, l'amato compagno di Eracle, Ila, fu strappato dal mondo dei mortali da una ninfa; sconvolto, Eracle abbandon la compagnia. A almidesso, nella Tracia orientale, gli Argonauti salvarono un re dalle torture delle Arpie: donne immonde e alate che avevano sporcato la sua terra. Come ricompensa, il vecchio disse loro come afffrontare il pericolo principale del viaggio: il guardiano del Bosforo, lo stretto che metteva in collegamento con il mare interno.

Cos gli Argonauti ripresero a navigare, remando a dispetto delle piogge incessanti e del vento, aprendosi un varco tra le impetuose correnti del Bosforo per raggiungere il luogo dove li attendevano i mostri. L'equipaggio ora poteva avvertire il rumore del nemico senza averlo ancora visto. Da lontano pareva il ritmico rombo di un tuono, poi, man mano che si avvicinavano, il rumore assomigliava a dei tremendi ruggiti. Quindi, in un passaggio sferzato dal vento e delimitato da rupi, essi videro il nemico, avvolto dalla nebbia e dalla schiuma del mare.
Erano le Simplegadi, o "rocce cozzanti". Prive di mente e di parola, le antiche creature del mare erano due nere rocce che ondeggiavano senza radici nelle onde. Non appena gli uomini indietreggiarono, le rupi, non pi lunghe di dieci marche, dondolarono lentamente da ciascun lato poi si scontrarono con un impeto di rabbia che risuon nelle scogliere del Bosforo. Gli schizzi ricaddero su Argo, inzuppando i marinai che fecero presa sui remi. Le rocce si ritirarono, formando correnti che avvolsero la nave.
Allora Eufemo, figlio di Poseidone, dal passo cos sicuro che si diceva potesse camminare sull'acqua, si port fino alla prua di Argo, facendo forza sulle gambe per mantenere l'equilibrio. In mano teneva una colomba che gli era stata donata dal re di Tracia e che aveva tenuto in una gabbia di legno sotto i banchi dei rematori. L'uccello serviva per distrarre le rocce omicide e dare agli uomini il tempo necessario per sfuggirle. Avvertendo l'avvicinarsi dell'uccello, le rocce si urtarono. Un momento dopo gli Argonauti lo videro volare libero: aveva perduto solo la coda.
"Ora!grid il timoniere Tifi, e gli uomini si aggrapparono ai remi. La bocca della roccia sbadigli; le correnti formarono un vortice intorno alla nave. Essendo state defraudate di una vittima, le Simplegadi erano adirate. Per un istante, come se si fosse affacciato un altro mondo, gli Argonauti videro un'ampia e tranquilla distesa di mare oltre la barriera; poi una grande onda si sollev presso lo stretto e imped loro di vedere. Gridando, Tifi fece voltare la prua di Argo proprio verso il muro d'acqua: con il suo ramo di quercia, la nave si innalz sempre pi fino all'impossibile tanto che la poppa sembrava immersa nel mare. L'onda per rull sotto il timone della nave. Essi erano ora nello stretto, e i neri mostri, bagnati dalla pioggia, stavano urtando contro di loro.
Come in preda a un terremoto, la nave Argo si proiett in avanti, cavalcando e superando l'onda furiosa, mentre una fitta bruma si sollevava e avvolgeva i marinai. Con un terribile fragore, le Simplegadi si scontrarono l'una con l'altra, stridendo e urlando dopo l'urto.
Esse persero per la loro preda: le rocce si infransero contro la parte finale dello scafo. Gli Argonauti si erano guadagnati il mare interno.
Ora la distesa d'acqua era calma, e sopra di essa cinguettava un martin pescatore, con le ali che alla luce del sole sembravano di fuoco. Dietro loro, tutto era calmo. Le Simplegadi avevano smesso di muoversi; esse erano l'una vicino all'altra circondate da una schiuma ribollente. Gli Argonauti erano riusciti laddove ciascun marinaio prima d'ora aveva fallito. La loro impresa avver un'antica profezia: che le Simplegadi si sarebbero fermate solo se una nave di mortali fosse passata incolume tra di loro.
Il passaggio era stato per realizzato unicamente con l'aiuto divino: gli uomini pi tardi dissero di aver visto la gigantesca figura di Atena dalle bianche sopracciglia emergere dall'acqua come un'imponente onda che afferrava la nave; ella aveva tenuto il vascello, protetto dal ramo dell'albero sacro, al sicuro nella mano e l'aveva portato al di fuori del pericolo.
 Tale era l'avventura degli Argonauti.
Rappresent la pi grande vittoria conseguita da un uomo di mare, ma anche l'ultimo traguardo rovinato dal tradimento e dall'acredine. Gli Argonauti veleggiarono verso la Colchide, dove Giasone sedusse Medea, la figlia del re. Costei, esperta nelle arti magiche, aiut i Greci a prendere il vello e a ritornare in patria insieme a lei.
Forse a causa del suo disonore, l'avventura fin in tragedia e vergogna. Infatti, come se i mari fossero adirati, forti venti soffiarono contro i Greci nel loro viaggio di ritorno. Cos, in acque straniere alcuni dei migliori e pi coraggiosi uomini perirono.
Quello che accadde quando Argo alla fine ritorn in patria  oggetto di discussione. Alcuni autori antichi dicono che Giasone don il vello d'oro allo zio e poi, per ragioni che nessuno comprese, veleggi via in pace. Altri riferiscono che egli uccise Pelia con l'aiuto delle arti magiche di Medea e venne cacciato dalla citt dai sudditi furiosi. La maggior parte degli autori racconta che egli abbandon Medea e and incontro a una misera fine a Corinto, vecchio e solo, sognando le glorie della sua giovent. Pareva che egli avesse tenuto la nave vicino a s, poich si diceva che l'avesse ormeggiata a Corinto e dormisse nella sua ombra; mor allorquando una trave ormai marcia, caduta dallo scafo, lo colp. Per quanto riguarda il vascello, fu reso sacro dagli dei, diversamente dal suo padrone. La prode Argo fu talmente cara ai numi che essi la sollevarono ai cieli, trasformandola in una brillante costellazione che veleggiava sopra le terre meridionali.
Che a una nave di legno fosse riservato un fato pi glorioso del marinaio che l'aveva guidata, per gli autori del tempo di Giasone non costituiva un fatto eccezionale. Gli dei assumevano un comportamento incostante nei confronti dell'inesperta razza umana e al contempo dimostravano la loro superiorit.
Un uomo tra i suoi simili poteva essere il pi grande eroe, ma per gli dei, anche per il meno importante, egli rappresentava solamente un giocattolo, che poteva essere manovrato in qualunque modo. Quelle divinit incostanti che dirigevano il gioco potevano ora favorire il loro prediletto ora farlo cadere dal sogno di gloria solo per il gusto di vederlo in tali condizioni. Oppure, come nel caso di Giasone, le divinit potevano bizzarramente cambiargli la vita, tra il successo straordinario e la sconfitta rovinosa, senza che ci fosse un disegno prestabilito.

 Secondo gli antichi, gli immortali svolgevano la loro azione in ogni elemento, ma da nessuna parte cos efficacemente come nel mare. La loro incostanza si dimostrava nei venti capricciosi che cambiavano direzione e infuriavano fino a gonfiare una vela. Gli dei sfogavano la loro collera sotto forma di venti che sofffiavano contro le imbarcazioni e la costa, oi gli dei si placavano, e macchie blu facevano capolino tra le nuvole ridotte a brandelli, sorrisi che si affacciavano tra le lacrime del cielo. Sebbene diversi per lingua e paese, la maggior parte dei marinai della terra interpretava gli umori delle acque in tale modo.
Le divinit marine, pur essendo costituite della medesima sostanza - poich erano figlie delle acque profonde che un tempo sommergevano l'universo - avevano differenti nomi, e varie erano le leggende fiorite su di esse. Tali miti dipendevano dalle terre e dagli oceani sui quali gli dei avevano potere. Molti numi erano considerati benefattori dell'umanit, nonostante la loro natura capricciosa. Questo fenomeno era attestato fin da tempi antichissimi: infatti i Babilonesi adoravano l'anfibio dio Ea come signore delle arti e mentore degli uomini. Si diceva che Ea risiedesse nelle acque del golfo Persico durante la notte, ma che di giorno venisse sulla terra per istruire gli uomini nell'agricoltura, nelle lettere e nella scienza dell'astronomia.
Nell'oceano Indiano abitava il dio pesce Varuna, il cui respiro forniva il vento necessario alle vele dei marinai. I mari del Giappone erano la casa del dolce Kompira, dio protettore dei naviganti: i marinai portavano la sua immagine vicino al corpo; gli stessi uomini gettavano in mare scrigni di monete quando superavano il tempio di Kompira a Kotohira. Queste offerte erano raccolte dai pescatori e portate al tempio, in modo che le difese marittime del Giappone rimanessero solide.
Talvolta il carattere degli dei del mare era influenzato dalla natura degli oceani in cui vivevano. Infatti, le fredde acque del nord, per esempio, erano la dimora delle temibili divinit Aegir e Ran, divoratrici di anime, che raccoglievano i corpi dei mortali annegati nei loro abissi. Parimenti, l'incostante natura degli dei greci del mare rifletteva i capricci del tiepido Egeo, ora blu e scintillante, con un aspetto calmo e amabile di fronte ai cieli sovrastanti, ora infuriato, in preda a tempeste rovinose. Gli antichi dei che regnavano su queste acque erano caotici quanto la stessa creazione.
Essi avevano migliaia di nomi e pi di mille volti, poich erano mutevoli sia nella forma sia nel carattere, cos come la loro dimora acquatica. E per di pi erano tanto antichi: il padre di tutti gli esseri viventi, secondo i Greci, era Oceano, che appariva come un grande corso d'acqua avvolgente il mondo; la madre era Teti, nonch moglie di quest'ultimo. Da questi nacquero i vecchi del mare. Di costoro, il pi antico era il gentile Nereo, conosciuto ai tempi di Giasone dall'apparizione delle cinquanta amabili figlie, le Nereidi, che spesso facevano capolino tra le onde, con conchiglie di mare scintillanti nei capelli. Un altro era Forco, padre dei mostri marini. Un altro ancora era Proteo, che poteva essere visto su isole rocciose, intento a pascolare le foche. Proteo era la creatura pi elusiva a causa della sua forma costantemente mutevole: infatti appariva come un uomo o un pesce, come una fiamma sull'acqua, o come un'onda vorticosa.
Il re di tutti era il dio Poseidone, figlio e vincitore della pi antica razza di dei, i Titani. Fratello di Zeus, signore dei cieli, e di Ade, il re dell'oltretomba, Poseidone poteva unire le nuvole e i venti, sollevare o calmare le onde, permettere sicuri viaggi nel suo mondo o infastidire i naviganti. Egli era il padre delle tempeste del mare, signore delle piene, provocatore di cataclismi. Secondo gli antichi il suo palazzo era in una grotta scintillante nel golfo di Eubea, a oriente della costa greca; essi inoltre sostenevano che apparisse su un carro tirato da cento cavalli bianchi con criniere d'oro e zoccoli di bronzo.
Poseidone era fecondo come le acque su cui regnava: centinaia di creature del mare e delle isole erano sue figlie. Alcune erano le ninfe che ebbe dalle Nereidi; un'altra l'alato cavallo Pegaso, la cui madre era Medusa, una delle tre Gorgoni dalla testa piena di serpenti; alcuni suoi figli erano semiomini, poich concepiti con donne mortali. Taluni, come il gigante Polifemo con un solo occhio, che viveva in Una caverna della Sicilia, erano tremendi mostri.
Ninfe o cavalli, uomini o mostri, erano tuttavia la prova della fecondit illimitata ldel mare. Il potere di Poseidone li proteggeva e puniva gli imprudenti mortali che avevano osato contrastarli, non era cosa da poco sfidare la collera del dio del mare.
Tra i naviganti che adirarono il dio, il pi fmoso fu Ulisse, re di Itaca, un astuto guerriero dell'esercito greco che trionf nella guerra di Troia. Finita la guerra, quando Troia era diventata una fumante rovina, costui veleggi verso casa, al comando di una flotta di dodici vascelli da guerra non molto differenti dall'Argo di Giasone, che apparteneva alla generazione precedente.
Il viaggio non si presentava complesso. Da Troia, sulla costa dell'Asia Minore, egli doveva dirigersi a sud attraverso le Cicladi, doppiare la punta del Peloponneso, e risalire la costa occidentale della Grecia fino a Itaca. Un tale viaggio si sarebbe dovuto compiere normalmente in alcune settimane. A causa di Poseidone, Ulisse impieg per dieci anni per tornare a casa.
Il nome dell'eroe era adatto a lui: in greco significava "vittima delle ostilit".

Egli non fu per una vittima innocente del dio o degli uomini. Sebbene avesse coraggio e astuzia in abbondanza, fu spietato, nonch un grande bugiardo. I suoi uomini erano anche peggiori. Erano stati gli anni di accampamento e di guerra sulla ventosa piana di Troia a intaccare il loro onore e indurire i cuori. Privi dell'ausilio dei loro dei, i Greci provocarono infatti la propria rovina.
I naviganti erano ancora infervorati dalla battaglia quando lasciarono Troia. Invece di dirigersi a sud, essi andarono a nord, verso la costa della Tracia, per compiere dei saccheggi: devastarono la citt di Ismaro e ne resero schiavi quasi tutti gli abitanti. Dopo l'attacco, la nuvola di fumo che sovrastava la citt era visibile ad alcuni chilometri dall'interno. I Greci salparono con tutti i tesori che potevano stare sotto i banchi dei rematori, ma queste spoglia, gli costarono caro. Evidentemente essi avevano provocato l'ira di alcune divinit, dal momento che non molto tempo dopo che si avventurarono per mare li colp un forte vento. Le vele della nave furono ridotte a brandelli e i remi si spezzarono.
Era cos violenta la tempesta che Ulisse e i suoi uomini furono spinti fin nel lontano sud, nei selvaggi e inesplorati mari che circondavano il mondo. Mentre il viaggio di Giasone nella Colchide poteva essere seguito su qualsiasi mappa, nessuna carta geografica poteva rivelare il regno avvolto nelle nebbie dove aveva errato Ulisse, un luogo dove ancora sopravvivevano le antiche forze della magia e giocavano i figli degli dei.
L'equipaggio sarebbe persino potuto tornare in patria incolume se lo stesso Ulisse non avesse provocato il dio del mare in persona. Dopo aver lasciato la maggior parte dei marinai in una rada sicura, il guerriero comp una perlustrazione in Sicilia, che allora era un desolato ammasso di rocce e brulli pascoli abitati da giganti pastori con un occhio solo, chiamati Ciclopi. Come un furfante, Ulisse rub il gregge e le capre di uno di loro e accec il gigante con un palo, conficcandoglielo nell'unico occhio che aveva. Poi fugg con i compagni portando la refurtiva sulla nave.

 La creatura a cui aveva tolto la vista era Polifemo, uno dei molti figli di Poseidone. Il gigante si mosse faticosamente dietro di loro, urlando e fiutando le loro tracce. Essi caricarono per le merci e partirono prima che lui potesse raggiungerli. Tracotante per la vittoria, Ulisse si volt verso la vittima e grid il suo nome nel vento cosicch i Ciclopi vennero a sapere chi era il colpevole. Il mostro si inginocchi sulla costa rocciosa e invoc il dio Poseidone.
"Ascoltami, padreegli url. "Fai che il mio nemico Ulisse, qualora riesca a tornare a casa, che vi arrivi tra molti anni, in condizioni penose, trasportato da una nave straniera, dopo aver perso tutti i suoi compagni".
Ulisse rise, ma Poseidone ascolt le parole del figlio. Non molto tempo dopo, quando il capitano si ricongiunse con la sua flotta, il mare fremette, e le correnti trascinarono le navi.
Da quel momento, il viaggio di Ulisse divent un'odissea, continuo errare da isola a isola e da pericolo a pericolo. Il desiderio di rivedere Itaca divenne sempre pi forte, ma non fu di grande ausilio nella lotta contro l'ostilit del dio. Pi tardi narrarono di un'isola di cannibali i quali divorarono i compagni di Ulisse e fracassarono le navi ancorate con dei macigni; solo quella di Ulisse, che era ormeggiata al largo, scamp alla distruzione. Con un forte istinto di sopravvivenza, egli si diresse subito verso il mare inesplorato con la compagnia superstite.
Il successivo porto di approdo della nave fu l'isola di Eea, dove regnava Circe, madre delle streghe: ella trasform i Greci in grufolanti porci, e cos Ulisse fu privato dei suoi compagni. Tuttavia riusc a fuggire. Sedusse inoltre la maga ed ebbe tre figli da lei. Alla fine riusc a liberare i compagni dall'incantesimo. Circe si decise a lasciar andare i Greci a condizione che il loro capo provasse il suo valore veleggiando verso la regione dei morti presso l'ultima frontiera del mondo, oltre la terra nebbiosa del tramonto perenne.
Ulisse lo fece. Nella terra dei morti, in un bosco nebbioso di neri pioppi e salici, :gli sacrific un ariete e una pecora nera, come aveva stabilito la maga. L'odore del sangue attir un gruppo di trenta fantasmi, fragili come ombre, piagnucolanti come bambini. Il primo ad apparire fu un compagno di Ulisse, ucciso durante il viaggio; mentre la madre dell'eroe era l come gli stessi compagni che erano morti a Troia. Accalcatisi intorno a lui, imploravano aiuto, e Ulisse diede loro del sangue da bere.
"Sei un uomo tenacedisse Circe, quando costui torn da lei. "La maggior parte dei guerrieri trova sufficiente un solo viaggio verso la morte. Verr il giorno in cui tu ne avrai compiuto due". Ella sorrise enigmaticamente e gli sussurr parole all'orecchio per guidarlo; poi lo lasci andare insieme alla sua disastrata compagnia invocando un vento che spingesse la nave.
Circe mand i naviganti incontro al pericolo, dirigendoli verso la terra dove regnava Posidone. Tuttavia, ag con lealt, avendo previamente avvertito Ulisse. Essi usufruirono di un giorno di tranquilla navigazione sotto un cielo limpido. Candide nuvole solcavano l'aria, pesci lucenti saltavano e danzavano intorno alla nave, e le acque increspate brillavano. Verso sera, quando il sole dell'occidente form un sentiero sull'acqua, il vento inizi a soffiare, e lontano appar il contorno di un'isola.
Allora l'eroe fece quanto gli aveva detto la maga: copr le orecchie dei compagni con la cera usata per rammendare le vele, in modo tale che essi potessero sentire solo il battito del loro cuore. Volle poi che gli uomini lo legassero all'albero per sua sicurezza, dal momento che voleva ascoltare la musica che sarebbe cominciata tra breve. L'isola di fronte era quella delle sirene, esseri pi ammalianti di qualunque donna, pi pericolosi di qualsiasi strega, assetati di sangue umano pi di qualsiasi povera anima.
I marinai faticosamente remavano. Incatenato, Ulisse aspettava. Il profilo dell'isola diventava sempre pi grande. E si sent sull'acqua, leggera come una brezza crepuscolare, una musica, una melodia aurea in cui erano mescolati i pi allettanti suoni della terra, il respiro del mare, il bisbiglio dei giunchi acquatici, il sibilo della pioggia di primavera. Quando il suono si diffuse nell'aria, Ulisse cerc di divincolarsi dalle catene, senza lamentarsi per non perdere alcun suono.
Quando per la nave si avvicin alla piccola isola, Ulisse cominci a piangere, gridare e a tirare i lacci che lo legavano.
Sebbene l'isola non fosse che un cumulo di rocce bagnate dal mare e ricoperte dalle ossa dei marinai che vi erano giunti prima, l'eroe non vide il luogo quale era veramente. Le cantanti ora gli erano apparse, ed erano bellissime, pi leggiadre di qualunque donna, pi dolci di qualunque moglie e dea. Esse cantavano e ammiccavano, e la mente di un mortale annegava nei loro occhi chiari. Egli le chiamava e lottava per slegarsi. Rispondendo, le sirene si affacciavano alla superficie del mare e giocavano intorno alla nave, facendo ondeggiare le chiome, mentre gli eburnei corpi splendevano nell'acqua. Le lunghe dita si aggrappavano allo scafo, e la loro canzone si diffondeva nell'aria.
I marinai remavano per imperterriti: essi non potevano sentire le melodie incantate, e avevano visto le ossa degli uomini morti. Finch le creature e l'isola non scomparvero, e il capitano smise di lottare e riacquist la sobriet; solo allora i compagni sciolsero i lacci e lo liberarono.
Essi si allontanarono dalle acque delle sirene solamente per rituffarsi in una nuova avventura. Il loro singolare, bizzarro, irreale viaggio li aveva condotti da lande inesplorate a regioni conosciute, dove vecchi predatori minacciavano i confini dei territori dei mortali. Lo stretto di Messina, tra le coste dell'entroterra italico e quelle sicule, era abitato e, secondo alcuni mitografi, proprio in quelle acque si ritrovarono i nostri eroi. Il mostro marino dalle sei teste Scilla, divoratore di uomini, dimorava in grotte terrene, mentre vicino alle acque dello stretto si trovava un'onda vorticosa chiamata Cariddi, che inghiottiva le navi.
Remando contro un forte vento, gli uomini si spinsero nel canale. Essi videro quasi immediatamente l'acqua agitarsi. Cariddi non sempre si svegliava, ma ora era desta; il suo pasto era appena cominciato.

Infatti non appena aspir fragorosamente il mare, un bagliore di sabbia nera e un pesce fremente, che annaspava faticosamente apparve di fronte a lei. Ulisse ordin ai suoi uomini di stare vicini alla costa italica. Tuttavia, costui non si ricord di Scilla, che era nascosto dietro le rocce: secondo lui era preferibile rischiare di perdere alcuni uomini che un intero equipaggio con la nave.
E questo accadde. Gli uomini si spinsero nello stretto corridoio d'acqua, con gli occhi fissi sul vortice, e Scilla li colp vittoriosamente dal lato della costa. I suoi artigli strinsero il ponte e si attorcigliarono sui marinai, lanciandoli in aria. Era enorme, con le sei teste sbavanti e latranti. Gli sventurati marinai penzolavano nelle sue braccia, gridando pietosamente verso il loro capitano. Ulisse non poteva fare nulla se non incitare i rematori ad avanzare. Poi Scilla rientr nel suo antro, stipando gli uomini nelle bocche dai lunghi denti e triturando le ossa e riducendole a una poltiglia sanguinosa.
Muovi orrori aspettavano i naviganti. Nei giorni seguenti, si scatenarono tempeste. Dardi dal cielo scheggiarono il vascello, disperdendo l'alberatura e le travi in fiamme nel mare. Ulisse fu il solo uomo a sopravvivere. Egli si aggrapp all'albero e fu costretto a vagare per giorni sotto uno sferzante sole e una luna fredda e insensibile, finch giunse a un'altra isola nel mare che circondava la terra. Questo era un luogo ideale per rifugiarsi, con prati dove crescevano alti iris, pioppi e folti ontani che proteggevano tale terra dal mare. Qui Ulisse si ripos, alcuni dissero per cinque anni, altri per sette, in compagnia di una fanciulla dell'isola, una figlia di Oceano di nome Calipso. Il suo fascino lo incaten all'isola segreta per un certo periodo di tempo, ma non gli imped di continuare a rimpiangere la sua patria. Giorno dopo giorno, egli sedeva sulla costa, con lo sguardo fisso sul mare, e alla fine Calipso lo lasci andare per sfidare nuovamente il regno di Poseidone.
La sua imbarcazione ora non era pi un bel vascello, ma una zattera fatta di tronchi d'albero uniti insieme e accomodati con un albero e una vela di lino. Ulisse se la costru da solo, con gli attrezzi di bronzo che gli aveva dato Calipso, egli infatti era un uomo che poteva fare qualsiasi lavoro.

Tutto solo comp la traversata del-l'oceano, con la mano ferma sul remo, poich un marinaio da solo non pu chiudere a lungo gli occhi per dormire. Di notte navigava seguendo la costellazione delle Pleiadi e osservava l'Orsa Maggiore non appena essa si avvicinava al cacciatore Orione. Durante il giorno egli era guidato dal sole, sempre scrutando il mare per il pericolo. Non vedeva altro che onde senza fine lontano all'orizzonte.
L'uomo sulla zattera era soltanto un piccolo elemento nella vastit dell'acqua, ma Poseidone nondimeno lo spiava. Il diciassettesimo giorno di navigazione, il dio sollev un forte vento alle spalle di Ulisse, che gli strapp il remo dalle mani e agit le acque in un movimento vorticoso. Onde spumeggianti si infransero contro di lui e l'acqua salata gli prosciug la gola e le narici. Con i polmoni bruciati si tuff nell'oscurit dell'acqua.
Poi, secondo quanto dicono i mitografi, il mare mostr il suo aspetto volubile. Una mano afferr il braccio di Ulisse e lo aiut in modo che la sua testa rimanesse al disopra dell'acqua. Degli occhi chiari lo fissarono per un momento, e una voce sovrast il mugghiare delle onde. Questa era Leucotea, una dea che aveva a cuore le vittime del mare: ella avvolse un velo verde intorno al corpo di Ulisse per proteggerlo. Poi, circonfuso di un alone magico, fu trascinato facilmente dalle correnti.
Il mare lo condusse su un litorale pieno di insidie, grigio alla luce del mattino e dalla scogliera a picco. Ulisse si trovava in acque poco profonde, tremante per il freddo e per la stanchezza. Il velo verde della dea svan. Poi, passo dopo passo, egli si incammin lungo il muro di pietra, cercando un passaggio verso l'interno. Sarebbe stato un destino crudele essere riusciti a sopravvivere nei mari profondi per poi morire in acque basse.
Alla fine egli giunse in una stretta gola tra le rocce e l'attravers fino al letto di un torrente; qui delle fresche acque scendevano verso il mare. Ulisse avanzava faticosamente lungo il gorgogliante sentiero, finch raggiunse un luogo dove cresceva l'erba sulle sponde delimitate da un boschetto di ontani, i quali protendevano i lunghi rami nell'acqua. L Ulisse si arrampic sulla terra. Egli era nudo, ma questo particolare non ha nessuna importanza per il racconto. Procedette lentamente tra gli alberi e presso di loro cadde a terra, e si addorment non appena tocc l'erba.
Uno spruzzo lo svegli. Confuso, egli fiss il tetto di foglie gialloverde nella luce del tardo pomeriggio. Girandosi, dal suo rifugio si mise a osservare intorno. Una palla di cuoio era caduta nell'acqua del fiume; nei cespugli vicini ondeggiavano bianchi pepli e manti di lino, stesi ad asciugare al sole. Nel prato vicino all'acqua c'erano delle donne che danzavano. Non erano pallide ninfe o incantatrici delle isole oscure, ma graziose e rosee creature appartenenti alla sua stessa razza. Egli dunque dedusse che tali donne che ridevano e correvano, erano quelle che avevano lavato la biancheria appesa, e che giocavano a palla mentre aspettavano che si asciugasse. Erano cos belle, cos gioiose e spensierate che il cuore di Ulisse si volse ad altri pensieri; infatti il loro sorriso gli richiam alla mente la sua casa.
Ulisse copr la sua nudit con un ramo di foglie e and loro incontro. Le donne lo fissarono: le pi giovani indietreggiarono timidamente e abbassarono il capo e risero, ma un'alta fanciulla avanz e disse gravemente: "Salve, straniero del mare".
"Quello che hai dinanzi, dolce signora,  un uomo di mare defraudato della sua nave e lontano da casa", disse Ulisse. "Che luogo  questo? Dove posso trovare rifugio?".
Pur emaciato e nudo, con alghe marine nella barba, Ulisse aveva ancora un potere di seduzione. La fanciulla sorrise e disse: "Questo luogo  l'isola di Scheria, governata dai Feaci. Io sono Nausicaa, figlia del re, e ti condurr da lui". Ella fece cenno alle ancelle di radunarsi per poi lavarlo. La compagnia si diresse attraverso il prato e in una strada che portava all'istoriato palazzo del re dei Feaci.
Nei pressi dell'atrio Ulisse fu salutato come un caro ospite. Fucondotto alla stanza da bagno, vestito e nutrito, senza che nessuno chiedesse il suo nome. Nella sala del re, quella notte, l'aedo Demodoco cant la battaglia di Troia e gli eroi che rifulsero laggi; nomin Achille, Patroclo, l'amico di Achille, e il folle Aiace, nonch il saggio Ulisse.
La canzone fin. "Io sono Ulisse, che combatt a Troiadisse l'ospite. "Ora sono vecchio, e la mia barba  grigia, ma ricordo bene le avventure della mia giovinezza". L'assedio di Troia aveva avuto inizio venti anni prima, e Ulisse, maledetto da Poseidone, aveva vagato per altri dieci anni. In verit era curvo, ma non abbattuto, e aveva il dono della facondia. Per ore, mentre il re e la sua corte ascoltavano come bambini e i fuochi si spegnevano lentamente, Ulisse raccont loro gli eventi della sua giovinezza.
Tali ricordi gli procurarono onore. Infatti gli eroi di Troia erano stati cantati per dieci anni: essi erano gli uomini pi valorosi della Grecia. Il re dei Feaci, il cui nome era Alcinoo, offr di aiutarlo in qualsiasi modo, e Ulisse richiese un passaggio per tornare in patria.
La richiesta fu esaudita nel modo pi solenne: Alcinoo lo riforn di un bel vascello e di un equipaggio. Egli mand l'eroe a sud-est di Scheria, lungo la costa greca fino a Itaca. Esausto, essendo il viaggio al termine, il vecchio guerriero si addorment nei giorni di navigazione, e si svegli solo quando la nave approd a Itaca. I Feaci lo trasportarono a terra e lo distesero in un boschetto di olivi dove continu a dormire, mentre loro tornarono in patria. Costoro non tennero per in considerazione l'ira di Poseidone. Presso l'imboccatura del porto, la nave e il suo equipaggio vennero tramutati in pietra dal dio del mare a cui era stata sottratta la preda.
Per quanto riguarda Ulisse, egli ritorn a casa nelle condizioni espresse dal figlio di Poseidone, cio privo dei suoi compagni, trasportato da una nave straniera, e in uno stato penoso: era senza un soldo, e per di pi vecchio. Dapprima non venne riconosciuto, da tanto era cambiato, e trov il suo regno occupato da uomini ribelli, tutti aspiranti alla mano della moglie, e questo da quando lo ritenevano morto. Allora Ulisse combatt valorosamente e riusc a riottennere la moglie e il governo di Itaca. Alla fine, per, come tutti gli umani anche Ulisse mor. Secondo un racconto, uno straniero devast Itaca, come lo stesso eroe aveva fatto con alcune isole negli anni di giovent. Il vecchio, partito per uccidere il forestiero, fu ammazzato a sua volta sulla spiaggia da una lancia con in punta la spina velenosa di una razza. Il giovane che lo uccise fu il suo stesso figlio, quello che ebbe dall'incantatrice Circe.
Col tempo, i mortali, divenuti pi forti, non tennero pi in conto i poteri che ripetutamente ricordavano agli uomini, come Ulisse e Giasone, la propria piccolezza. Un giorno sarebbe giunto, molto tempo dopo, in cui l'umanit non avrebbe pi visto gli dei attivi nel distruggere navi, nel provocare vortici e morti. Le vecchie divinit sarebbero state celebrate non bruciando le offerte e compiendo libagioni, ma menzionandole solo nelle canzoni e racconti.
Anche i pericoli di cui erano responsabili non si ridussero con il passare degli anni. Sebbene le snelle imbarcazioni dei Greci sembrassero pi piccole al confronto degli imponenti vascelli di epoche pi recenti, queste ultime non erano a prova delle forze del vento e delle onde. E vi erano anche altri pericoli, comunque, che rimanevano celati nel profondo degli antichi mari, aspettando i mortali che si allontanavano troppo dalla costa.

 I predatori del Mondo primordiale.

I naviganti aspiravano a ottenere il dominio dei mari, ma le potenti creature sopravvissute dalla creazione vagarono a lungo sulle coste disabitate e negli abissi. Vecchi, adirati, questi mostri diventarono il soggetto dei racconti dei marinai. Gli uomini di mare del Nord narravano di serpenti dalla vista acuta che giacevano in fredde caverne, avvistando le navi a grande distanza.
Il loro attacco era rapido e silenzioso. Prima di morire, la vittima vedeva solo una testa dondolante sopra l'albero e una bocca aperta bramosa di carne fresca.

Un divoratore del Pelago.
Quando gli antichi autori inglesi parlavano di mostri si riferivano a Tiburon. Esso aveva denti di squalo, affilati come una scimitarra, ma nessuno squalo poteva raggiungere le sue dimensioni. Grande come una piccola fregata, esso seguiva la scia delle navi che veleggiavano lontano dalla costa, e non lasciava alcuna speranza ai marinai caduti in mare. Nessuna corda poteva salvare questi sventurati uomini. Tiburon si nutriva di loro e il suo ventre diventava la loro tomba.

Un Tessitore di Vortici.
Dolore era riservato ai marinai che guardavano il Leviatano. Creatura cos gigantesca da far sembrare piccola la pi grande balena, essa occupava gran parte della valle del fondo marino. Alcuni raccontavano che quando il divoratore risaliva alla superficie, i marinai erano perduti. Le sue sferzanti pinne e la coda provocavano dei vortici che attiravano le navi nel suo freddo e oscuro regno.

 Un Invasore con i Tentacoli.
Un invasore con i tentacoli, quasi silenzioso, sempre invisibile, il pesce diavolo occupava il centro delle navi con i suoi viscidi tentacoli. Queste braccia si insinuavano tra i boccaporti e gli obl, cercando carne viva per nutrirsi. Esso uccideva schiacciando la preda; asce e coltelli potevano tagliare i tentacoli, ma a ogni attacco alcuni sfortunati marinai venivano trascinati fuori delle navi.

Capitolo Tre

Fantasmi del Vento e del Mare.

Al contrario di quanto pensano molti uomini della terraferma, non  il turno di guardia dalle quattro alle otto del mattino, quello detestato dai naviganti, bens quello da mezzanotte alle quattro. Queste infatti sono lunghe ore, lente e sempre uguali, in cui le onde e il vento sono la sola compagnia del marinaio, che sente a poco a poco indebolirsi le proprie forze. La catastrofe pu avvenire proprio allora, provocata dal vento notturno e portata dal cambiamento della marea. In quel lasso di tempo il mare cede alla morte.
In una notte di marzo di molti anni fa, poich le aringhe affollavano il Dogger Bank, cio il basso e sabbioso specchio d'acqua nel mare del Nord tra l'Inghilterra e la Danimarca, molti pescherecci inglesi erano ancorati laggi, in attesa dell'alba. Tra questi vi era la Maria, una bella goletta, giunta dal porto di Hull; vicino a essa vi era la Speediver, pi piccola e proveniente da Whitby. A notte inoltrata, un vento forte soffi da nord portando la tipica marea della stagione primaverile. A causa delle impetuose raffiche di vento, la prima nave si disancor, andando a sbattere contro la Speediver, e speronandola. La Maria fu fortemente danneggiata; l'altra, squarciata da una parte, imbarc acqua sui ponti e affond. Il capitano della goletta Maria, ripreso il controllo della nave, navig intorno alla ricerca dei superstiti, ma non ne trov alcuno.
Allora la Maria torn al porto di Hull per essere riparata il giorno dopo. Intanto, nell'equipaggio si era diffuso un certo sgomento. Alcuni marinai dissero che il capitano aveva le mani insanguinate, poich lo ritenevano responsabile della distruzione dell'altra nave. Costoro abbandonarono il servizio. Ciononostante, il capitano riprese la guida della Maria non appena fu in grado di navigare, e, circa un mese dopo l'incidente, al crepuscolo, gett l'ancora nuovamente al Dogger Bank.
Quella notte di aprile era mite e preannunciava un giorno ancora pi bello. Le stelle brillavano, lontane e argentee nel cielo. Quando sorse la luna nuova, essa mostr le sue estremit talmente arcuate da farla assomigliare a una scodella dalla quale l'acqua non poteva uscire, e ci costituiva per un uomo di mare un presagio di bel tempo. Quando poi inizi a soffiare lo zefiro, le drizze si scontrarono leggermente con gli alberi, e l'acqua gorgogli intorno allo scafo. Il silenzio regnava sovrano. Il ponte splendeva nell'oscurit. La lanterna a punta che pendeva dall'albero di prua emetteva una scia di luce gialla, e nell'ombra brillavano come puntini rossi le pipe dei marinai. Gli uomini osservavano le stelle e pensavano ai fatti loro. Proprio allora qualcosa si mosse nell'acqua, prendendo forma a contatto dell'aria. I marinai rimasero attoniti.
Dal mare emersero figure di uomini dai volti pallidi che si riflettevano nell'acqua e i cui vestiti erano a brandelli; individui muti le cui orbite scure degli occhi erano rivolte alla goletta Maria. Essi prima affiorarono alla superficie, ondeggiando come fiamme di candela, poi uno per volta emersero con tutto il corpo e con le mani dalle bianche dita si arrampicarono al parapetto. Scavalcandolo e senza far rumore le figure si impadronirono delle postazioni dei marinai, mostrando dei volti spettrali. Un uomo si appoggi alla ruota del timone muovendo agevolmente le mani su di esso, come se fosse lui alla guida della nave, ma la ruota non girava. A prua, nella luce ondeggiante della lanterna, altri uomini srotolavano reti che non esistevano e le gettavano in mare. Lavorando con un certo ritmo, le issavano per controllare la pesca, ma nessun pesce era saltato nel ponte della Maria.
Ora dopo ora, mentre i mortali guardavano pietrificati dalla paura, i morti esercitavano il loro mestiere. Solamente quando appar il debole rossore dell'alba si fermarono. Le figure tremarono e scomparvero alla vista, ricadendo come corsi d'acqua oltre il parapetto e gettandosi nel mare come spruzzi. Come usciti dall'ipnosi, gli uomini di guardia alla fine si mossero; chiamarono il capitano e gli raccontarono ci che avevano visto. Il capitano alz le spalle e li mand ai loro uffici. Inoltre costrinse l'equipaggio a lavorare tutto il giorno, e quando giunse l'ora, egli stesso assunse il turno di guardia, constatando, cos, anche lui, la presenza dell'equipaggio fantasma. Tuttavia, non disse nulla.
Furono i suoi uomini, comunque, a raccontarlo: si trattava dei fantasmi della Speediver, che ora giacevano sotto le sabbie del Dogger Bank. Insepolti, essi erano senza pace, poich era la stessa Maria ad averli uccisi e proprio il suo passaggio in quelle acque li faceva riemergere.
Il capitano riport la Maria nel porto di Hull, e l egli fu abbandonato dall'equipaggio, ne trov comunque un altro, ma quando lo port a pescare nel Dogger Bank, riapparve la spettrale compagnia. Dopo quella volta sempre meno uomini volevano navigare con lui. Anche i pi deplorevoli declinavano l'offerta quando egli nominava la sua nave, e alla fine il capitano la lasci perennemente ormeggiata a Hull. Da allora in poi i narratori non riferiscono alcunch sulla vita di costui. Per quanto riguarda la Maria, and in malora nel luogo in cui era ancorata e alla fine ignominiosamente affond.
Tali incubi un tempo erano comuni; racconti di fantasmi del mare erano narrati dai marinai di ogni paese, e tali spettri erano pi temuti di altri, poich erano ritenuti forieri di morte. Questo era il motivo per cui gli uomini di Hull si rifiutarono di imbarcarsi sulla goletta Maria. Nessun uomo di mare era desideroso di andare incontro alla morte.
 Sulle acque che circondavano il globo terrestre, la morte non era mai lontana. Anche dopo che gli dei del mare erano diventati leggenda, i marinai si accorsero di essere alla merc di forze che andavano oltre l'umana ragione. Quando gli uomini si avventuravano negli abissi, si scatenavano forze magiche. Essi sfioravano la superficie di un vasto e sconosciuto territorio, riuscendo persino a vedere queste segrete manifestazioni di vita sottomarina. I venti potevano soffiare dolcemente sospingendo i marinai; poi, per ragioni incomprensibili, cambiavano direzione, contrastando la navigazione per settimane cos come facevano le correnti. Oppure, cosa ancora peggiore, le navi potevano rimanere immobili per settimane, come navi giocattolo decorate e fissate in uno specchio luccicante che raddoppiava gli sferzanti raggi del sole.
Dappertutto il pericolo era in agguato. Un lupo di mare poteva morire di fame; lo scorbuto poteva indebolirlo; la sua nave poteva distruggersi per un incendio. Lontano dalle coste del Newfoundland, iceberg dalle dimensioni di montagne vagavano invisibili avvolti da banchi di nebbia. A nord della Norvegia, le correnti potevano trasformarsi in pericolosi vortici chiamati maelstrom, e presso la costa scozzese si creava un vortice conosciuto come "la strega". Presso i grandi promontori dell'emisfero meridionale, i venti occidentali che soffiavano su un'ampia distesa di acqua sollevavano onde alte pi di venti metri in grado di sommergere qualsiasi nave. La morte per annegamento era terribile. Le fredde dita del mare afferravano il marinaio attirandolo nelle braccia mortali, oscurando la sua mente e provocando dolori ai polmoni. I marinai credevano che il mare richiedesse il sacrificio di alcune vite. Era cos radicata tale convinzione che pochi di loro avevano imparato a nuotare, poich secondo costoro una morte rapida era preferibile a quella provocata da ore di lotta contro l'indomabile potere del mare.
Cos, il destino di un uomo era giacere nel letto del freddo fondale marino, lontano dalla luce del sole, dove il corpo si rotolava e dondolava seguendo le brezze sottomarine, dove il pesce si appollaiava sui suoi occhi, le aragoste strappavano le carni dei piedi e ramificandosi il corallo gettava le radici nello scheletro. I marinai chiamavano questa tomba "l'armadietto di Davy Jones". Alcuni ritenevano che Davy fosse la trasformazione della parola dujfy (ci che nel gergo degli schiavi africani definiva i fantasmi), e che Jones derivasse dal biblico Giona, che fu offerto al mare dai marinai ansiosi di sfuggire a un temporale. Altri sostenevano che il termine derivasse dalla dea ind della morte, Deva Lokka. Nessuno lo pot per mai dire con certezza.
coloro che navigavano conoscevano i poteri del mare e si difendevano da essi come meglio potevano. Tale difesa era gi in atto nella costruzione o nel varo di una nave. Nei paesi nordici, per esempio, i timoni erano costruiti in terra consacrata, cio in un luogo dedicato agli antichi dei o, in tempi pi recenti, al dio dei cristiani. La costruzione avveniva in un giorno propizio. In tempi precristiani, quello era invariabilmente il mercoled, il giorno dedicato al dio supremo Woden e che portava il suo nome. Pi tardi, l'adorazione di Woden fu dimenticata, ma molti buoni cristiani costruttori di navi ancora seguitarono a fabbricare le chiglie di mercoled, non di gioved, che nei popoli nordici era dedicato a Thor, dio delle tempeste; e neppure di venerd, consacrato a Freyja, la divinit che portava le Valchirie, traghettatrici di anime umane.

Inoltre i costruttori di navi sceglievano un giorno in cui il sole splendeva e spirava un vento favorevole da occidente; per assicurare robustezza e stabilit al vascello, essi si mettevano all'opera in un periodo del mese in cui la luna era crescente o piena, non calante; e in un'ora in cui vi era l'alta marea.
Gli antichi costruttori sceglievano una buona qualit di legname, e per secoli usarono sempre la stessa, in parte per le caratteristiche e in parte per l'aura divina di quegli alberi. La quercia, un tempo adorata da norvegesi, Galli, Greci e Romani, era la specie predominante, poich pensavano che proteggesse dai fulmini, come lo era il pino, un tempo consacrato agli dei del mare. Le finiture potevano essere di melo, cos sacro nei tempi antichi che un uomo poteva perdere la vita abbattendolo, o un aghifoglio, a lungo ritenuto una protezione contro il male. I noci neri non vennero mai usati poich si diceva che fossero gli alberi del diavolo e una calamita per i fulmini.
Sulla prua di una nave, quando era ultimata, erano dipinti degli occhi: essi infatti allontanavano le forze magiche maligne. In tempi recenti, gli occhi dipinti potevano essere sostituiti da una testa umana scolpita, i cui occhi fissi assicuravano la stessa protezione. Se la figura era femminile, era a seno nudo, in memoria dell'antica credenza che un temporale si sarebbe placato solo se una donna avesse mostrato la sua nudit.
Quando la nave era pronta per essere denominata e varata, i costruttori sceglievano un giorno di bel tempo come quello in cui erano state deposte le chiglie. Essi si auguravano che uno stormo di gabbiani sovrastasse l'imbarcazione, poich questi erano le anime benevole dei marinai morti, e i loro versi una benedizione. Le cerimonie del varo di una nave costituivano un rito sanguinario nei tempi passati: i Vichinghi spalmavano le loro navi con il sangue di sacrifici umani, i Greci con quello di animale. Nell'era cristiana, una nave era benedetta da un sacerdote e battezzata con il vino; poi fremendo e rumoreggiando, la nave scivolava sui rulli per galleggiare nel mare. Dopo il varo, comunque, i fedeli cristiani spesso facevano offerte agli antichi spiriti. Quando i riti finali erano compiuti, i maestri costruttori ponevano delle monete d'argento sotto l'albero come decime ai venti.
Quello era solo l'inizio dell'invocazione dell'aiuto divino o il tentativo di allontanare la collera dei numi. Gli uomini che navigavano sulle antiche navi, cio i pescatori, mercanti, esploratori, si munivano di protezione contro la morte per annegamento. La migliore difesa era l'amnio, la sottile membrana che copre talvolta la testa del neonato. Esso veniva scrupolosamente conservato, e quando il bambino cresceva e andava per mare, egli avrebbe dovuto tenerlo, perch pi lo teneva, pi era sicuro che la nave su cui viaggiava non lo avrebbe trascinato negli abissi. Altre difese erano orecchini d'oro alle orecchie dei marinai, zoccoli di ferro sotto il ponte e scope inchiodate all'albero per poter spazzare in presenza di venti favorevoli.
Le regole che disciplinavano il comportamento e gli oggetti a bordo erano un'altra arma contro i rischi del mare. L'ordine era importante, non solo per l'efficienza, ma soprattutto perch l'infrazione dell'ordine fisico precludeva a un disordine cosmico.
Nessuno soffiava su una barca, eccetto in caso di mare calmo, perch il soffiare era uno dei pi antichi mezzi per richiamare i venti.
In Scozia e in altri luoghi, determinati animali e persone erano tab sulle navi, quali i maiali, forse perch un tempo erano stati associati con riti pagani; poi le lepri, le donnole e le volpi, poich in essi potevano celarsi le streghe, le nemiche degli uomini di mare; il salmone per ragioni ignote. Cos radicate erano le credenze intorno a queste creature che i marinai scozzesi si riferivano a essi solo con eufemismi. Il maiale era "la fredda bestia di ferro", perch se veniva incidentalmente nominata, uno scozzese avrebbe dovuto toccare il ferro, protezione contro gli incantesimi. Il salmone veniva chiamato "il Gentleman".
Per quanto riguarda i passeggeri, i marinai non erano maldisposti nei confronti delle donne a bordo. Ed essi comunque non amavano portare il clero, come se gli avvocati dei nuovi poteri celesti potessero suscitare la rabbia degli antichi.
Soprattutto, nessun morto poteva essere trasportato per nave; la presenza di una bara era sufficiente per provocare l'ammutinamento, e un capitano lo sapeva bene. La salma, il ricordo fisico del destino dell'umanit, presagiva il malefico sguardo della morte ai marinai che l'accompagnavano. La sua presenza poteva provocare tempeste e far svanire la nebbia e le onde che venivano dal nulla per portare la nave al suo tragico destino. Quando i morti erano vicini, il mare li desiderava, e i marinai gettavano direttamente le salme nell'acqua.
La sepoltura del morto veniva eseguita in modo da evitarne l'apparizione come fantasma. Il defunto, lavato e vestito, era avvolto in un sudario dal marinaio che aveva fatto la vela, che cuciva l'ultimo punto nel naso per tenere fermo il sudario. Palline di piombo o manette venivano legate ai piedi per farlo sprofondare e affinch non potesse mai risalire alla superficie dell'acqua diventando l'ossessione dei vivi. Poi i marinai si accalcavano a poppa; la nave si inclinava; la salma veniva deposta su un asse e fatta scivolare nell'acqua. Come prova del lutto, e forse per liberare l'anima dai legami della vita, veniva praticato un cerimoniale singolare nell'ora che contrassegnava il passaggio. I pennoni venivano posti in direzione contraria, disposti in uno strano angolo del ponte, e i bordi erano slegati.
u
 Anche se un uomo di mare era nesorabilmente destinato agli abissi, le circostanze della sua morte potevano precludere ogni riposo reale. I fantasmi di coloro che morivano per annegamento o in guerra spesso vagavano per secoli, tormento per i vivi e presagio di un imminente disastro. Molti di loro erano costretti a giacere nelle acque dove avevano trovato la morte, attirati alla superficie dalle navi che passavano, quali gli uomini della Speediver. La vista dei loro pallidi volti e dei corpi a brandelli che emergevano dall'acqua o che si aggrappavano ai pennoni agghiacciava i cuori di coloro che li vedevano, perch essi erano il segnale che il mare richiedeva altri corpi. Poi seguivano venti tempestosi o altre calamit naturali.
Alcuni fantasmi infestavano le coste anzich il regno marino. In alcuni casi, questi spettri tristi dovevano la loro condizione alla perdita di una persona cara in mare. Per esempio, sulle spiagge di Saint Denis in Cornovaglia, quando l'inverno raffreddava la terra, si poteva vedere errare una persona con la luce di una lanterna che brillava attraverso le gocce della fredda pioggia; essa rappresentava il fantasma di una donna che era annegata laggi, sebbene ella fosse stata salvata, il bambino che teneva in braccio era stato sommerso dall'alta marea. La donna mor di dolore e il suo fantasma vagava ora alla ricerca del figlio.
Nelle Ebridi, i pescatori si rifiutavano di mettere piede sull'isola di Scarba dopo il tramonto. Le alte pericolose scogliere dell'isola erano percorse da centinaia di fantasmi di marinai i cui infernali lamenti risuonavano nel mare di sera e le cui ombre indistinte si mostravano alla luce della luna.
I villaggi della Germania settentrionale erano preda del Gonger, il fantasma di un annegato, che appariva al crepuscolo, lasciando chiazze di acqua sulle pietre e sulla sabbia dove aveva camminato. In Danimarca, gli spiriti che terrorizzavano le spiagge deserte venivano chiamati strand varsler, cio guardiani della costa. Tali creature spettrali erano famose in ogni regno, e in alcuni paesi erano temuti non perch richiamavano i vivi al loro triste destino, ma perch erano essi stessi degli assassini. Gelosi della calda esistenza dell'umanit, questi spiriti ponevano le loro fredde, crudeli mani su uomini e donne, talvolta uccidendoli e alcune volte mutilandoli.
Fantasmi come questi per molti secoli infestarono le acque costiere del nebbioso Giappone, il mare interno disseminato di isole, portandosi a riva vicino alla punta occidentale di Honshu. Essi erano gli spettri di coloro che vissero nei tempi pi antichi della storia giapponese, quando rivali famiglie guerriere combattevano per l'impero. In quei giorni, i signori della guerra del clan Taira tenevano il paese in una morsa di ferro; essi avevano epurato il mare interno dai pirati e stabilito nel paese una pace dalle condizioni piuttosto negative prima di essere scacciati a ovest di Honshu dai soldati della famiglia Minamoto. I Taira si diressero in mare con il loro imperatore, che era solamente un ragazzo. Essi combatterono nelle foreste, nelle alture e sulle coste di Honshu. Poi costruirono una flottiglia e attraversarono il mare interno. I Minamoto li seguirono, e i guerrieri, su migliaia di piccole imbarcazioni, combatterono nella fascia costiera denominata Dan-no-ura. Alla fine, i Taira morirono, il piccolo imperatore anneg tra le braccia della madre, e i Minamoto cominciarono una dinastia che dur centinaia di anni.
I Taira rimasero per nel punto in cui perirono. Cos pervasiva era la loro presenza che anche i granchi che infestavano la sabbia a Dan-no-ura portavano sul dorso segni che assomigliavano a volti umani ed erano chiamati fantasmi di Taira. I veri fantasmi, comunque, si manifestavano come lingue di fuoco che si libravano sulle onde e sulle spiagge, oppure come voci che emettevano urli di battaglia sul mare nelle oscure ore della notte. Erano cos terrificanti questi spettri dell'acqua che le popolazioni costiere costruirono un tempio - chiamato Amidaji - nell'estrema punta sudoccidentale di Honshu, circondata da monumenti in pietra con incisi i nomi dell'imperatore annegato e della sua gente. L'atmosfera divenne pi calma dopo, ma tuttavia i Taira non scomparvero. Essi rimasero invisibili, aspettando la chiamata dei vivi che li avrebbero destati dal loro sonno. I marinai non sapevano di chiamare i nomi dei morti, ma la gente di terra invece era consapevole del pericolo.
Un sacerdote del tempio, chiamato Hoichi, invoc i Taira inconsapevolmente. Egli era vecchio e cieco, ma era famoso per le sue poesie e per la sua capacit di suonare il liuto. Inoltre cantava le storie dei Taira e dei Minamoto, raccontando le loro gesta e citando per nome gli eroi.
Una notte d'estate, Hoichi era seduto da solo sulla veranda che circondava il tempio. L'aria era leggera, pregna del profumo del gelsomino e del giglio; i grilli cantavano nel giardino, e le rane diffondevano nell'aria le loro canzoni. Hoichi suonava talvolta il liuto emettendo quel triste suono peculiare dello strumento. Soprattutto, alla maniera dei ciechi, godeva nell'ascoltare i rumori notturni, dando loro una forma nel suo pensiero.
Poi una profonda e severa voce lo chiam per nome. Hoichi alz la testa e disse: "Non ti vedo, perch sono cieco, ma ti rispondo".
Dei passi pesanti percossero il tavolato di legno della veranda; una forte mano tocc la spalla di Hoichi.
"Il mio signore ti chiama, sacerdote, per cantare la battaglia di Dan-no-ura. Egli ti aspetta ora con il suo popolo".
Obbediente Hoichi si alz e lo segu. L'uomo non disse nulla mentre guidava Hoichi, ma i suoni che emetteva erano quelli di un guerriero, il clangore sordo dell'armatura, il fruscio della seta rigida.
Dopo che ebbero camminato un po', il guerriero si ferm e url: "Apriti!". Un cancello cigol. I due uomini proseguirono, intorno a loro risuonarono dei passi di marcia che poi si fermarono; un tramezzo di legno si apr. Hoichi fu condotto in una stanza abbastanza grande da echeggiare il mormorio di molte persone. Egli sprofond su un cuscino sul pavimento e gli fu messo in mano un liuto.
Subito il bisbiglio e il fruscio della folla smise, la quale prest attenzione a Hoichi. "Canta, o sacerdote, i dolori di Dan-no-uradisse imperiosamente una voce.
Hoichi cant una canzone ricca di magia e poesia. Dal liuto fuorusc la melodia marina dei remi che fendevano l'acqua e le prue che scivolavano sulle onde. Lo strumento parl anche della battaglia, dei guerrieri urlanti, delle frecce che attraversavano l'aria e dell'imperatore morto nell'acqua. Il suo liuto pianse per questa scomparsa.
Quando si ferm, Hoichi fu salutato con un sospiro di dolore. Una donna era curva su di lui e lo toccava con una fredda morbida mano. "La canzone ci piace, o poetaella disse. "Ora lasciaci e torna domani notte. Non dire a nessuno di questo posto". Egli sorrise per questo: come potva un cieco rivelare dove era stato e per di pi in un territorio ignoto?
Cos il silenzioso guerriero ricondusse Hoichi al tempio. La notte seguente il guerriero torn. Appena entrato, Hoichi si alz, lo segu e cant per la compagnia ancora una volta. Torn ancora obbediente una terza notte, ma il disegno era cambiato.
Cant una prima e una seconda canzone, e la compagnia ascolt come sempre, Quando Hoichi si apprest a intonare le note della terza, fu afferrato da mani vigorose; il suo liuto fu scaraventato via, grida cheggiarono intorno a lui. Egli si oppose con forza, ma invano; fu trascinato sul duro terreno, poi sull'erba e non si accorse pi di nulla. Il vecchio si svegli di fronte ai profumi familiari del tempio, i suoi tappetini di paglia e le voci dei suoi compagni sacerdoti. Costoro rimasero ammutoliti quando egli si alz.
"Che cosa c'?chiese Hoichi, sedendosi. "Perch mi avete trascinato cos rudemente dalla casa del signore dove composi le mie canzoni?".
Poco dopo, uno dei sacerdoti disse: "noi ti abbiamo seguito laddove sei andato. Non hai suonato nella casa del signore, fratello. Eri seduto all'aria aperta tra i monumenti e una compagnia di alte fiamme danzavano intorno mentre tu cantavi".
"Ahesclam Hoichi.
Non c'era altro da dire. I nomi citati nella canzone avevano invocato i Taira dal mare, ed egli era nelle loro mani. Essi sarebbero stati assetati della sua vita, e lo avrebbero trascinato nelle acque dove giacevano i loro corpi.
I suoi compagni lo amavano, comunque, ed essi si adoperarono per salvarlo. Svestirono il vecchio; con lunghe spazzole per scrivere, usate dagli artigiani, incisero sulla sua carne i caratteri dei testi apotropaici che lo avrebbero tenuto nascosto ai fantasmi. La scrittura copr il petto, la schiena, le gambe e le piante dei piedi.
"Quando ti chiameranno nuovamentegli dissero "non dire una parola e non muoverti e cos rimarrai nascosto. Se essi non ti troveranno, perderanno il loro potere e dovranno ritornare nel mare".
Giunse la notte ed egli sedette nuovamente nella veranda, cieco e invisibile, con il suo caro liuto nel grembo come compagno. Il sacerdote non si mosse; respir a fatica quando ud la voce del fantasma che lo chiamava. "Hoichi!".
Il guerriero era proprio sotto di lui, in giardino. Hoichi non disse una parola. La chiamata fu ripetuta. Poi i gradini della veranda scricchiolarono. Un'armatura risuon vicino a lui quando il fantasma si accovacci.
"Dov' il mio suonatore? Ecco il liuto, ma non c' l'uomodisse dolcemente l'uomo al suo orecchio.
Il bisbiglio divenne un sibilo: "Non vedo alcun uomo. Egli  dunque protetto. N braccia, n belle mani di poeta, n nudi piedi di sacerdote. Vedo solo due orecchie, che fluttuano nell'aria, e queste io rivendico per il mio signore".
Hoichi continuava per a rimanere in silenzio. Egli non urlava, anche quando lunghe e affilate unghie si insinuarono nelle orecchie ed estrassero la carne dalla testa; non pianse neppure quando il sangue col dalle spalle e i passi svanirono. In lontananza, tra i monumenti di pietra, urlando si gonfiava e lentamente moriva.
Quando sorse la luna, i suoi compagni sacerdoti lo circondarono. Ora egli era salvo dai fantasmi dannati, vivo e intero a eccezione delle orecchie, che non erano state toccate dalle spazzole protettive dei sacerdoti e perci erano visibili e vulnerabili al fantasma. Anche dopo, egli fu chiamato Mimi-nashi Hoichi, o "Hoichi Senza Orecchie". Quando alla fine mor e fu seppellito dai suoi compagni sacerdoti, egli ripos in pace. Il suo destino avrebbe potuto anche essere peggiore. Coloro che venivano ghermiti dai fantasmi del mare raggiungevano la compagnia priva di pace. Come la famiglia dei Taira e i fantasmi dell'isola di Scarba, come tutti gli eserciti notturni del mare, essi erano destinati tragicamente a vagare negli abissi o errare nell'oscura aria salata, sospinti dalla schiuma o dai vortici creati dai venti che si lamentavano nell'acqua, poich avevano perduto la luce che riscaldava i vivi e il sonno che rendeva pi piacevole la morte di colui che veniva sepolto.

Un feroce presagio.
Prima dell'arrivo di tempeste, quando l'aria  carica di elettricit, gli spiriti del fuoco giocano sulle strutture delle navi a vela, volando di albero in albero, di sommit in sommit, e i marinai li considerano presagi del futuro. Essi dicono che se sulla nave appare una sola luce, il vascello  destinato a una funesta fine; se vi sono due luci, i venti si placheranno e i mari diventeranno calmi. Oppure sostengono che delle fiamme con moto discendente portano distruzione, mentre quelle ascendenti bel tempo. Alcuni marinai ritenevano che le luci fossero fantasmi di vecchi compagni che segnalavano i pericoli; tutti comunque credevano che una tragica fine fosse riservata a quell'uomo la cui testa era circondata da luci.
 Era cos comune quel fenomeno che i marinai gli assegnarono alcuni nomi. Alcuni denominarono la luce Fuoco di sant'Elmo, poich era un'alterazione di Erasmo, il patrono siriano dei naviganti. I Greci lo chiamarono i Dioscuri, in riferimento ai gemelli Argonauti Castore e Polluce che erano custodi delle anime dei marinai dopo la morte. E i portoghesi lo chiamarono Corpi Santi o Corpi dei Santi, ritenendo che fossero emanazione degli spiriti benedetti.

Uno di questi spettri terrorizzava i mari di Cornovaglia nel secolo scorso. In vita egli era stato un giovanotto buono e spensierato, un marinaio conosciuto nelle taverne di Penzance come Yorkshire Jack. Costui aveva dei capelli neri brillanti e radiosi occhi blu molto conosciuti nelle campagne del nord. Essi attrassero l'attenzione di una bella giovane del villaggio di Ludgvan, il cui nome era Sarah Polgrain. I due furono visti insieme durante i mesi estivi, camminando per le praterie vicino al villaggio: la nera testa di Jack curva su quella dorata di Sarah. Sebbene Sarah fosse sposata, non fece nulla di nascosto. Il marito era pi vecchio, debole e aveva paura della sua lingua tagliente.
Poi Polgrain mor. Sarah disse al paese che era morto di colera, e il dottore del villaggio che lo visit fu d'accordo. Il vecchio fu cos seppellito.
Sarah pianse il marito apertamente, ma Ludgvan era un piccolo paese. I vicini che erano passati presso la sua casa e l'avevano udita tiranneggiare il marito, e quelli che l'avevano vista con il suo amante scossero la testa e mormorarono. Le voci si propagarono nelle strette stradine di Ludgvan e si diffusero nel villaggio finch, alla fine, il corpo di Polgrain fu esumato. La salma dimostr che era stato avvelenato da arsenico. La giovane Sarah sub un processo e fu ritenuta colpevole di omicidio.
La folla presso la forca attendeva lo spettacolo. L vi era Sarah sopra il patibolo, disinvolta fino alla fine. Le sue piccole scarpe avevano i tacchi curvi; il suo vestito fu sfilato per far vedere le balze della sottogonna e le calze verdi che indossava. Intorno al collo fu messo il capestro, annodato tredici volte in riferimento ai tredici discepoli di Cristo e, in senso antiorario, per attirare il diavolo e mandare pi velocemente Sarah all'inferno. Ella teneva alta la testa, come se il capestro fosse una collana, e i suoi occhi scrutavano la folla circostante per scorgere il suo amante, Yorkshire Jack.
Egli era l. Lentamente si diresse verso il patibolo mentre il boia aspettava. Mormorando, la folla apr un varco dinanzi a lui. Prese Sarah tra le sue braccia. Ella sussurr un momento, e tutti sentirono rispondere: "S". La baci e si volt. Sarah sorrise e ammicc alla folla. Poi il boia comp il suo lavoro.
Il marinaio cambi dopo quell'evento. Egli sembrava provato, giorno dopo giorno diventava sempre pi magro e pallido. Le mani tremavano: "Lei mi seguedisse ai suoi compagni. "Ho promesso di sposarla perch pensavo che fosse pazza, e ora non mi lascia pi andare".
I marinai scossero la testa; ma gli abitanti di Ludgvan non erano sorpresi. Sarah era stata vista due volte dopo l'impiccagione, una volta nel cimitero e un'altra, al tramonto, sulla strada maestra che portava alla citt vicina.
Quando riprese a navigare, Yorkshire Jack divent pi cupo. Era spaventato e la sua inquietudine si diffondeva nell'equipaggio. L'albero di prua del mercantile, dove venivano appese le amache degli uomini, divenne un lugo silenzioso e tetro. Yorkshire Jack si teneva in disparte. I suoi compagni attribuivano tale umore alla presenza della donna defunta: essi non potevano vederla, ma ne avvertivano la presenza, forte come era stata in vita e silenziosa come una tomba.
Dopo un viaggio di alcune settimane, la nave torn in patria, veleggiando nelle acque della Mounts Bay. E avvenne proprio l, una notte prima del turno di guardia centrale, che Sarah Polgrain invoc Yorkshire Jack. Ogni uomo nel ponte di prua la ud. Sopra lo scricchiolio delle amache e il rullio della nave giunse il suono di piccoli tacchi che percuotevano il ponte, sempre pi vicini, muovendosi sicuri nell'oscurit per raggiungere l'angolo dove era Jack. I suoi compagni si voltarono, ma videro solo un'ombra. Il giovane emise un debole e affaticato sospiro. Egli si alz e usc dal ponte, accompagnato dal bel ticchettio dei tacchi.
La fine avvenne rapidamente. Jack si arrampic sul parapetto, e senza guardare indietro, cadde nell'acqua. La sentinella lo vide precipitare, nell'acqua scura, la sua pallida faccia ondeggi per un momento; accanto a essa, ne appariva un'altra, altrettanto pallida.
Questi furono gli ultimi momenti di Yorkshire Jack. I suoi compagni di nave giurarono che delle campane erano suonate sotto la Mounts Bay nel momento in cui le acque si erano chiuse sopra le teste congiunte. Costoro, e anche altri dopo di loro, udirono la voce di Jack che si lamentava attraverso i rumori marini, dicendo
"S, s, s". Cos Yorkshire Jack si un alla compagnia spettrale del mare. Come molti altri della sua razza, la sua ombra sembrava confinata al luogo in cui il corpo era annegato, ed egli terrorizzava solo quelli che attraversavano tali acque.
Talvolta, comunque, le apparizioni si diffondevano ampiamente nell'oceano. Il pi famoso e terribile di questi fantasmi erranti era trasportato dalla nave su cui aveva navigato in vita. Talvolta il vascello fantasma si profilava all'orizzonte di notte all'improvviso, con tutte le vele disposte per la collisione, e un equipaggio di scheletri. Esso terrorizzava gli uomini che lo vedevano, poich quando appariva scoppiavano i temporali, le malattie e la pazzia.
Persino le lapidarie parole riportate in un giornale di bordo non potevano nascondere la paura della nave fantasma, come attesta una cronaca del secolo scorso. Una notte di luglio, durante il turno centrale di guardia, una nave inglese avvist il vascello del demonio.
"Esso dapprima apparve come una strana luce rossascrisse il capitano "come quella di una nave, in mezzo alla quale, i suoi alberi, pennoni e vele, sembravano quelle di un normale brigantino, a quasi due metri da noi, si profilava imponente venendoci incontro. La nostra sentinella rifer che esso era vicino alla prua, dove anche l'ufficiale di guardia dal ponte lo vide chiaramente, come l'uomo di guardia a poppa che fu mandato subito all'albero di prua per fare rapporto ".
Il vascello per svan non appena la nave inglese le si avvicin.
Quello stesso giorno, l'uomo che per primo aveva visto il temibile brigantino cadde dall'albero di prua nel ponte e mor all'istante. La sua salma fu gettata in mare nel pomeriggio. L'ora del capitano giunse pi tardi.
Quando approd nel porto del suo paese, scopr di avere una malattia mortale.
La nave fantasma era conosciuta dai marinai di ogni paese, e molte storie ne spiegavano l'origine. Il racconto pi esaustivo  quello che narra perch fu chiamato l'Olandese Volante.
 Un comandante olandese di nome Vanderdecker fu il suo ultimo capitano. Spietato amante della velocit, egli era il genere di tiranno che gli uomini di mare chiamavano "il Leone". Inoltre teneva sotto chiave i passeggeri sottocoperta mentre invocava gli uragani per spingere la nave; metteva il lucchetto alle drizze per impedire a chiunque del suo equipaggio di veleggiare per poco tempo, anche con il vento pi forte.
Egli incontr il fato vicino al noto promontorio del Capo di Buona Speranza. Un vento forte gli imped di avvicinarsi al capo. Messo di fronte all'alternativa di bordeggiare lontano o vicino alla costa, egli scelse di avvicinarsi alle rocce. Il suo equipaggio protest, ma Vanderdecker, eccitato dalla loro paura, rise fragorosamente e mantenne la rotta. Un uomo della ciurma cerc di trattenerlo. Egli scaravent l'uomo in mare.
A questo punto, dice il racconto, una figura apparve sul cassero. Poteva essere Adamastore, un fantasma che si diceva infestasse il Capo, cercando anime umane. Vari racconti lo descrivono dalle sembianze enormi, con la barba, un occhio solo e dallo sguardo truce. Fu colui che port le tempeste distruttrici al Capo e che gett sulla sommit dei promontori le nuvole di cattivo augurio chiamate "la tovaglia del diavolo".
Qualunque fosse l'identit del fantasma, Vanderdecker lanci la sfida. L'albero di prua ondeggi, poi ricadde sul ponte. Al disopra dei venti una voce spettrale tuon e invoc la triste fine dell'uomo che aveva sfidato il mare.
Vanderdecker fu maledetto dallo spirito. Egli avrebbe navigato per sempre senza riposo e ormeggio in un qualsiasi porto; doveva essere sempre di guardia; sarebbe stato il malvagio del mare, viaggiando a tutte le latitudini senza la possibilit di riposarsi. E la sua nave avrebbe portato sfortuna a coloro che l'avessero incrociata.
Vanderdecker punt la pistola e spar alla creatura. Lo spirito non si mosse, ma al rumore dello sparo, il vento si alz, e il fantasma svan. Vanderdecker guard allora il suo vascello: l'albero di prua rullava esageratamente, le vele vibravano, come cose morte tra i morti. Tutto l'equipaggio era disteso intorno a lui, ogni uomo privo di vita; e anche quando Vanderdecker li fiss, le membra si dissolsero, lasciando solo scheletri come equipaggio.
Poi, solitario sull'ampio mare, per sempre senza il conforto di un marinaio, l'Olandese era fermo al suo timone. Egli invocava il vento; si alz al suo comando e gonfi le vele, sebbene il mare circostante rimanesse molto calmo. Fu inviato nell'eternit, non era pi un mortale.
Di tutti i fantasmi del mare, egli era il pi triste, sempre solo, sempre temuto, sempre odiato.

Appuntamento con la Nave della Morte.

Non tutti i vascelli che solcavano i mari avevano un timoniere che indicava la rotta. Le navi dei morti erano nemiche dei vivi; si diceva che la lorosola vista presagisse la morte. Solo due uomini furono a bordo di una nave fantasma e sopravvissero per raccontare la storia.
Essi erano spagnoli, un mercante e il suo servo. A occidente delle Azzorre, in una notte in cui spiravano forti venti, il loro vascello naufrag, e i due uomini precipitarono nelle gigantesche onde. Essi allora si aggrapparono alle travi superstiti della nave, pregando e ascoltando le grida dei loro compagni, ma si ritrovarono soli nell'ampio oceano, debilitati per l'acqua salata inghiottita e per il frenetico movimento dell'acqua.
Dopo interminabili ore, una nave si diresse verso loro nel luccicante mare; le onde si infrangevano contro lo scafo. Con somma gioia, videro delle corde nell'acqua, e intuirono che erano state lanciate dall'imbarcazione per la loro salvezza.
Le afferrarono con le dita rigide per il lungo naufragio e gridarono di essere issati sul ponte, ma non giunse alcuna risposta. Alla fine, per forza di disperazione, i due uomini scalarono il fianco del vascello, caddero all'interno del parapetto e si distesero a terra lamentandosi.
Era un vecchio vascello, massiccio e largo. Il cassero della poppa si stagliava nero nel cielo, oscurando le stelle. I due uomini non si accorsero che la pioggia era cessata, che i venti si erano placati e che il cielo era limpido, poich furono invece colpiti da un incubo sul ponte. Dei corpi erano distesi dappertutto, cadaveri con le bocche aperte, mute e occhi con lo sguardo fisso; avevano inoltre ferite scure dove un coltello o una spada aveva lacerato le carni e i tendini. Essi giacevano accanto alle armi; sopra di loro, sull'albero di maestra, ondeggiava la figura di un uomo seguendo il rullio della nave. Con un chiodo fissato sul cranio il corpo penzolava dal pennone. L'uomo indossava il mantello da capitano.
Dopo aver osservato la terrificante scena per alcuni momenti, il mercante si curv e prov a spostare uno dei morti. Il corpo era come congelato; nessun tentativo sarebbe riuscito a muovere quel cadavere. Lo spagnolo lo calpest, fece poi cenno al servo di seguirlo in salvo sottocoperta. Per le cabine e i corridoi che attraversavano, risuonavano i loro passi, niente l era vivo, neanche un ratto. Essi trovarono biscotti vecchi e barili d'acqua, vestiti di antica foggia, un quadrante e alcune carte ingiallite.
Dopo un po' il silenzio e l'aria viziata diventarono troppo opprimenti: i due uomini indossarono i vestiti asciutti e salirono sul ponte.
Il vento si era placato, il cielo purificato dal temporale, era terso. Osservando la stella del polo nord e Orione, il mercante diresse la nave a nord-est verso la Spagna e leg il timone secondo quella rotta. Subito dopo, esausti, lo spagnolo con il servitore, si sdraiarono sul ponte e si addormentarono tra i morti.
Il loro riposo fu tormentato: essi sognarono che i morti si erano alzati, che il mantello del capitano ondeggiava dietro di loro e che gli stivali percuotevano le travi. Tuttavia, quando si svegliarono, il ponte non era cambiato, era sempre una distesa di cadaveri, e il capitano pencolava dal suo patibolo. La notte aveva portato per un cambiamento: l'ombra dell'albero di maestra era proiettata verso la prua, e i lacci del timone erano sciolti. Qualcosa aveva liberato la nave e modificato la rotta: si stava infatti dirigendo a occidente. Il mercante nuovamente orient la rotta verso la Spagna. Costui e il servitore rimasero in piedi vicino al timone per tutto il giorno, vivi tra i cadaveri immobili. Quando scese la notte, essi legarono il timone e andarono sottocoperta; qui le cabine erano piene di salme.
Dopo aver acceso una lampada a olio per rischiarare l'oscurit, si ritirarono in un angolo della cabina principale e si addormentarono.
Un grido, sospeso nell'aria come in un sogno, li svegli. La lampada appesa al soffitto, ondeggiando selvaggiamente, emetteva fasci di luce che mostravano visioni fugaci che poi svanivano: i marinai gridavano maledizioni con facce raccapriccianti, il capitano si riparava dietro un tavolo capovolto; poi quest'ultimo brand una spada che colp un marinaio alla gola, poi apparvero macchie di sangue. La lampada vol via e l'oscurit invase la cabina.
Scese il silenzio, e nella calma i due uomini udirono il rumore del legno. Una corda si era allentata, e la nave si inclinava. Ancora una volta, stava cambiando rotta. Gli spagnoli attesero l'alba prima di uscire dal nascondiglio. Il mattino era chiaro; sul ponte, i morti giacevano immobili come prima, e il capitano sull'albero dondolava dolcemente alla brezza dell'alba. La nave si stava dirigendo a occidente.
Il servo rimir i corpi con piet. Egli era un vecchio uomo, allevato tra i pastori delle lande remote dei Pirenei, e i fantasmi non gli erano estranei. "Padroneegli disse "lasciate che questi poveretti riposino". Il mercante annu; con infinita gentilezza, il servo cammin tra i morti, toccando ciascuno sulla fronte e sul petto e sussurrando parole che il mercante non comprendeva. Al suo tocco, le rigide forme si addolcivano in un'espressione di sonno. La pace scendeva sui dannati. "Io conosco una persona che metter a riposo tutta la navedisse il servitore. Pur non capendo, il mercante annu nuovamente.
Di nuovo orientarono la nave verso la Spagna, e questa volta un vento favorevole li sospinse velocemente verso la costa. Si diressero verso lo stretto di Gibilterra, poi verso Tangeri e la sua scuola di antica magia,
 che albergava oltre l'inquisizione spagnola. -Essi gettarono l'ancora al largo di Tangeri. L il servo rem fino alla costa; arrampicatosi sulla banchina, scomparve tra le tortuose stradine bianche della citt.
Ritorn alla fine del giorno, in compagnia di un uomo ancor pi anziano, il cui volto era nascosto nel cappuccio tipico degli studiosi. Quest'ultimo esamin la nave e i morti e poi disse: "Questi marinai sono privi di requie perch sono stati maledetti in seguito a una malvagia azione. La terra li liberer". E dalle tasche del mantello egli estrasse una manciata di terra e ne sparse i granelli con attenzione sulla fronte di ogni cadavere. ??? appena ebbe finito di fare ci, ogni corpo si mosse e si trasform in cenere.
Infine lo studioso si volse verso il capitano e avvenne una cosa prodigiosa: quando i granelli di terra toccarono la testa inchiodata del capitano, scese sangue dalla terribile ferita. La bocca nera si apr, e una voce sottile narr la storia della nave. Essa parlava di un passeggero che l'equipaggio aveva lanciato fuori molti anni prima, desideroso dell'oro che portava; essa proseguiva dicendo che costui aveva maledetto i marinai, invocando un'aspra battaglia tra di loro, e una morte sofferta pi volte, finch l'equipaggio non avesse ritoccato la terra. Raccont poi come la maledizione si fosse avverata, come gli uomini si fossero ammutinati, di come il capitano li avesse massacrati, di come due superstiti avessero appeso il capitano all'albero di maestra prima di stramazzare sotto i suoi penzolanti stivali. Dicendo queste ultime parole la voce fioca del capitano svan. Mentre i tre uomini vivi lo fissavano, egli scompariva lentamente dissolvendosi, e non rimase pi nulla se non la testa barbuta fissata con un chiodo all'albero. Alla fine anche la testa tormentata scomparve alla vista. Sul ponte erano rimasti solamente il mercante e il servo, che cap la maledizione, nonch lo studioso di Tangeri le cui antiche arti magiche erano in grado di sconfiggere gli incantesimi. Ora la nave era libera, pronta a rispondere alla guida di mani vive e a veleggiare nella salubre luce del giorno.

-?- Capitolo Quattro.

pericolose Terre di Confine.

 Sulla costa della Bitinia lambita dal mare della Propontide, la mietitura e la falciatura del fieno cominciavano a primavera inoltrata, quando le scintillanti Pleiadi sorgevano e tramontavano all'apparire del sole e miriadi di spiriti della terra e dell'acqua venivano destati dal letargo invernale. Dai loro nascondigli negli alberi, nei campi, nelle fonti e ruscelli, queste antiche creature spiavano i nuovi padroni del mondo, cio l'aliena razza umana che, dedita ai propri affari, non si accorgeva di loro. Talvolta, per ragioni che nessun mortale poteva comprendere, tali spiriti apparivano a uomini e donne. Il loro contatto era foriero di delizia e pena, come ben sapevano i Greci di Bitinia. La gente di quella terra parlava spesso del destino di un giovane chiamato Bormo, di una bellezza cos perfetta da essere caro agli dei. Ecco la sua storia.
Un giorno di aprile, come altri della sua famiglia - il padre, i fratelli e gli schiavi, detti iloti - Bormo era nei campi per raccogliere il grano e l'orzo e per tagliare il fieno, nella volta celeste priva di nuvole, il sole splendente scaldava e tutto abbronzava. Il giovane Bormo camminava accanto ai fratelli muovendo la falce, con facili e precisi colpi, e nello stesso tempo cantando. Dietro gli uomini, i ragazzini chiacchieravano e giocavano con le braccia piene del grano tagliato per essere poi legato e immagazzinato in mucchi da essiccare. Il sole si alzava sempre pi. Al raggiungimento dello zenit divent bianco, bruciando le spalle e i dorsi madi di di sudore. Verso mezzogiorno i mietitori fecero una pausa, asciugandosi il viso e guardando in tralice i fianchi delle colline con i loro sentieri ombrosi. "Dateci un sorso d'acquadisse uno dei fratelli di Bormo.
Si protese verso un recipiente di terracotta che si trovava tra il grano sparso. Era vuoto, come lo erano le altre anfore. "Per gli deiegli disse. "Dove  un ragazzo che va a prendere l'acqua?".
Bormo vide per che i fanciulli si erano sdraiati all'ombra del grano non tagliato appena gli uomini avevano smesso di lavorare. Poich aveva un animo gentile, e non molti anni prima era stato un ragazzo che raccoglieva il grano con le braccia doloranti e graffiate, egli allora disse: "Andr ioe si incammin con le giare che ondeggiavano leggermente dalle sue forti braccia. Presso il limitare del campo, il giovane sleg un asino da un albero e con le cinghie assicur le giare al dorso dell'animale. Diede all'asino un colpo sul fianco per spronarlo; poi si incammin al suo fianco fino al polveroso sentiero che portava ai boschi di olivi. Repentinamente l'asino si ferm: si era accorto che vicino vi era dell'acqua fresca.
Era proprio cos: su un basso crinale dove si poteva vedere brillare il mare in lontananza, tra un viluppo di alberi secolari vi era uno specchio d'acqua, formato secoli addietro dalla roccia che aveva orlato una sorgente di acqua fresca.
Bormo lasci bere l'asino; poi prese le giare, permettendo cos all'animale di andare a brucare l'erba. Egli per non le riemp subito. Questo era un luogo e un momento da assaporare, sedette presso la sponda, godendo l'aria fresca che spirava sull'acqua e ascoltando le cicale che celebravano il radioso meriggio. I flauti dei caprai risuonavano dai pascoli sulla sommit della collina. Dai campi sottostanti in lontananza si sentivano le gradevoli urla dei mietitori che Bormo aveva lasciato. Accanto a lui, su una roccia calda dal sole, si crogiolava una lucertola.
Poi i gigli d'acqua tremarono nello stagno. L'acqua si incresp e sussurr contro le pietre. La lucertola fugg. Bormo guard fisso l'acqua, rapito dalla magia del luogo.
Tra i gigli emerse una donna, infinitamente attraente, e infinitamente misteriosa. La sua pelle era pi bianca dei petali del giglio; i suoi occhi erano verdi come le foglie. Neri capelli le scendevano sulle splendenti spalle e si mescolavano all'acqua; gli steli erano avviluppati nelle trecce. Ella alz una mano e Bormo si curv verso di lei. Poi egli esit, e indietreggiando disse:
"Tu non sei un essere mortale, o dolce fanciulla".
La giovane donna gli rivolse un pigro sguardo e, scuotendo la testa, fece un cenno: gli occhi del giovane furono stregati e lui si chin nuovamente nello stagno.
Nell'istante in cui Bormo tocc l'acqua con la punta delle dita, la creatura afferr il suo polso con una stretta ferrea, piccole unghie affilate penetrarono nella sua carne e il sottile braccio lo tir gi nel fondo dell'acqua, nel mondo senz'aria dove gli spiriti dell'acqua regnavano ancora e gli umani non potevano vivere.
Cos lo raccontarono i compagni di Bormo. L'asino trott gi per i campi senza una guida, emettendo un raglio lamentoso. Allora i mietitori, arrampicatisi fino allo stagno, trovarono le giare vuote quando le ombre cominciavano a formarsi nella frescura della sera. Essi si misero a cercarlo e a chiamarlo, ma senza speranza: qualcosa dell'antica magia pervadeva l'aria intorno allo specchio d'acqua.
In quei tempi di regni e colonie, di citt fortificate sui promontori che si cingevano di imponenti mura di pietra, di campi che si stendevano a perdita d'occhio, l'umanit si sentiva sicura nel mondo. Tuttavia i confini di questo territorio non erano cos sicuri: la terra era lambita dal vasto oceano, ed era unita alle acque sotterranee. Nelle linee di confine tra la terra e l'acqua, cio le spiagge che orlavano gli oceani, le sponde dei laghi delimitati dai giunchi, le rive di ruscelli e fiumi, gli uomini e le donne talvolta incontravano le antiche creature del regno acquatico. Tali incontri erano pieni di insidie per i mortali.
Anche le leggi del regno degli spiriti erano diverse e piene di pericoli, come poterono constatare quegli uomini che avevano risposto alle invocazioni e attraversato i limiti del territorio di quelle creature. Per esempio, i giapponesi spesso raccontavano la storia di un avventuriero, un uomo di nome Urashima, che pag un alto prezzo per aver strappato il velo che costituiva la barriera tra il mondo della terra e quello del mare.
Urashima viveva nella provincia di Tango nella parte meridionale di Honshu, presso le coste della baia di Ise. Egli non si distingueva dagli altri uomini del suo villaggio, costituito da un gruppo di case di legno dal tetto di paglia e strette strade polverose, tuttavia era un uomo buono.
Un grigio giorno d'autunno, quando le case erano serrate contro i freddi venti che soffiavano dalla baia e le vuote imbarcazioni dei pescatori erano ancorate in fila sulla sabbia, Urashima camminava solo lungo il litorale, scoprendo una scena terrificante. Una vecchia tartaruga di mare, trascinando delle alghe marine, era stata portata dall'alta marea. Essa giaceva indifesa sul terreno, graffiando goffamente la sabbia con le sue pinne. Alcuni ragazzi della citt la stavano tormentando. Essi non osavano avvicinarsi troppo alla bestia, ma circondavano la loro vittima, molestandola con pietre e ridendo rumorosamente, non appena videro Urashima, a un cenno della sua testa, saltarono dalle rocce sulla sabbia e si dispersero. Urashima li lasci andare. Con un sospiro, si volt verso la tartaruga. Chinandosi e sollevandola, la spinse nella spiaggia verso l'acqua, in modo tale che potesse nuotare verso la libert. La tartaruga non conquist molto terreno e pur gemendo non lo morse. Allora Urashima la spinse fino al punto dove le onde lambivano il suo guscio.
Fatto questo indietreggi perch la tartaruga entrasse nell'acqua, ma l'animale rimase dov'era; questa lentamente sollev la testa, guardando l'uomo con gli occhi socchiusi, poi una voce gutturale usc dalla bocca a beccuccio.
"Pescatoredisse la tartaruga "il mare ti ringrazia per la tua bont. Lascia che ti ricompensi; ti porter nel luogo del signore che regna su queste acque".
Il pescatore esit un momento: guard dietro di s i familiari tetti delle case del villaggio, seminascosti dalla bruma del bosco; il sentiero lungo le barche ancorate dove i polli beccavano nella polvere e i maiali si rotolavano. Guard il mare, terso e ampio e di un grigio ferro, con macchie biancastre dove il vento increspava le onde. Poi si decise a salire sul dorso della tartaruga e mise le dita intorno all'estremit del guscio.
In quel momento il collo rugoso si allung e la bestia si spinse in avanti. Con potenti colpi di pinna, la tartaruga percorreva il mare, non pi goffamente, poich ora si librava nel suo ambiente naturale, come uccello dell'acqua. Schizzi salati si riversarono sul volto di Urashima, e rise di piacere, divertendosi quando la tartaruga si tuffava e il mare si richiudeva sulla sua testa.
Non era annegato; i suoi occhi non si erano oscurati, non eranopieni i suoi polmoni, poich la magia lo proteggeva e lo lasciava vivere in un ambiente estraneo. Gi negli abissi la tartaruga si muoveva con moto irregolarmente rotatorio, discendendo le foreste di alghe.
Dall'ombra, gli occhi lucenti di innumerevoli creature osservavano il loro passaggio. Poi la tartaruga e il suo cavaliere si fecero strada tra le fronde. Sotto la foresta di mare si stendeva una campagna, un luogo pieno di foreste di corallo e colline fluttuanti dove ragazzi pascolavano branchi di pesci.
Piccole fattorie erano situate nella valle. Nel centro si ergeva un palazzo, con padiglioni scarlatti su pi piani, incoronato da tegole d'oro e decorato da draghi dorati. Qui si pos la tartaruga, e Urashima scivol sul fondo dell'oceano.
Era nel giardino del signore del mare, intorno a lui svettavano alberi di specie ignota, ondulanti al soffio di un dolce vento sottomarino. I fiori davano luce e tra questi una donna aspettava. Ella era magra, con la pelle chiara e gli occhi a mandorla tipici di una importante dama di corte. Il suo kimono era di broccato verde come il mare e file di perle adornavano i lunghi pettini che le fermavano i capelli.
Urashima si inchin, poich in tutta la sua vita aveva sentito i racconti sulla figlia del re del mare. La donna gli prese le mani, lo fece alzare, e lo condusse alla casa del t. Laggi, si disse che fu festeggiato per tre giorni, servito da pesci schiavi e accarezzato dalla figlia del signore del mare. Come se fosse stato lui stesso un nobile, Urashima si trov a suo agio nel mondo sottomarino.
Era per un mondo in costante movimento: tutto splendeva e si spostava continuamente trascinato dalle correnti perenni. Urashima era un terrestre, perci cominci a desiderare la confortevole solidit della terra.
Quando chiese di ritornare nel suo mondo, la donna lo guard cupamente per un momento; poi lo abbracci e gli mise in mano una piccola scatola laccata e internamente rivestita di seta, quale quella che le dame di corte usavano per riporre i gioielli.
"Tieni questa sempre con te, e io ti servir come tua guardiana sulla terraella disse. "Non aprirla, poich allora i suoi poteri svaniranno nella bruma del mare".
Sopra di loro, si muoveva un'ombra: la tartaruga si avvicin e inchin la sua antica testa all'uomo. Urashima mont come prima e l'animale lo port al disopra del palazzo, oltre le colline di alberi, attraverso le foreste di alghe e nel regno dell'aria. Lo lasci sulla costa e si allontan nuotando senza volgere indietro lo sguardo.
L'uomo stava in piedi sulla spiaggia, tenendo stretta la scatola e guardando con sconcerto ci che gli era di fronte. I contorni del villaggio erano cambiati: i tetti brillavano e i fiori di primavera dei susini facevano capolino dietro i muri dei giardini. La spiaggia era priva di barche.
Urashima err per quelle strane strade di pietra, incamminandosi verso la fine del villaggio, dove si trovava la sua casa. L trov solo terra. Si ergeva solo un lavabo di pietra che egli riconobbe, ma quello era tutto. Urashima mise la testa tra le mani e pianse.
Sent una voce e si volt a guardare: era un vecchio che lo osservava con curiosit. "Dimmi il destino della famiglia di Urashimadisse a costui.
L'uomo sollev la fronte. Il suo volto era pieno di rughe, e rispose: "Per quale ragione? Noi sappiamo di loro dai nonni dei nostri nonni. Questa era la loro terra, dove tu sei ora. I vecchi dicono anche che l'ultimo dei loro mor trecento anni fa, scomparendo per sempre in mare". Diede una pacca sulla spalla di Urashima e se ne and via lentamente.
Cos Urashima rimase solo, come un fantasma nel suo stesso mondo, intrappolato dalla magia delle acque, dove un giorno corrispondeva a trecento anni sulla terra. Egli rivolt lentamente la scatola laccata nelle mani.
Non aveva alcuna ragione per non aprirla e vedere l'eventuale tesoro in essa contenuto e quindi sleg il nastro che avvolgeva il coperchio.
I racconti differiscono sul contenuto della scatola. Per alcuni essa conteneva una piuma, una nuvola di fumo bianco e uno specchio. Altri sostenevano che vi fosse solo nebbia, raffigurante il volto della figlia del re del mare, e che essa vol sopra Urashima e poi sul mare, sussurrando lamentosamente.
Comunque tutti furono d'accordo che quando la magia della scatola di lacca si sprigion, fin la vita di Urashima. Il suo volto si raggrinz, il suo corpo si incurv e sembr dissolversi.
Secondo alcuni racconti, egli sprofond a terra e svan nella polvere, secondo altri, il profumo lo avvolse, e nello specchio vide il volto di se stesso raggrinzito e le ossa che fuoruscivano dalla pelle. Un momento dopo, al suo posto si ergeva una gru bianca su gambe poco stabili.
Urashima era stato trasformato, a quanto si diceva, in un uccello. Le persone raccontavano che talvolta la gru percorreva la spiaggia accanto alla citt, e una grande tartaruga di mare emergeva placidamente per vederlo. In ricordo della coppia, gli abitanti, che vivevano presso il tempio di Ise, rappresentarono un balletto chiamato "la gru e la tartaruga".

Nelle epoche passate le persone credevano che le creature della costa, come la tartaruga, fossero strettamente connesse con i cambiamenti del litorale e i suoi pericoli. Sebbene esse avessero assunto l'aspetto di animali terrestri e mantenessero un certo attaccamento alla terra, erano figli e figlie delle onde, e la loro presenza era comunque una minaccia per i mortali. Talvolta taluni animali venivano considerati come portatori di cattive notizie.
Nei secoli scorsi i pescatori inglesi ritenevano che quando i chiurli si abbassavano e si alzavano sulla costa piangendo insistentemente, annunciavano naufragi e morte per coloro che si avventuravano in mare. Nel nord della Francia, si pensava che i cormorani che si appollaiavano sulle scogliere, asciugandosi le ali, stessero aspettando le anime dei pescatori. Lungo tutte le coste europee, si credeva che gli uccelli fossero di auspicio per i costruttori di navi. In particolare i marinai bretoni ritenevano che i versi dei gabbiani prima del varo presagissero la morte in mare.
Si diceva che i gabbiani si impadronissero delle anime dei marinai annegati. Gli inglesi delle Shetland, per esempio, amavano raccontare di un predatore di relitti abbandonati sulla costa che trov il cadavere di un marinaio portato alla deriva durante la notte. Lo spogli dei vestiti, scarponi e cintura; gli tolse anche gli orecchini d'oro, e lasci il corpo nudo a rotolare avanti e indietro sulle onde, intrappolato tra la terra e il mare a causa delle rocce. Da quel momento l'infame fu un uomo ossessionato. Notte dopo notte un gabbiano batteva contro i vetri delle finestre della sua casa, cercando di entrare ed emettendo versi striduli, al punto che il vecchio uomo divenne pazzo. L'anima del marinaio morto aveva compiuto la sua vendetta. Era cos radicata la credenza nelle anime umane dei gabbiani che i pescatori consideravano un gesto di carit nutrirli e un crimine ucciderli.
Alcune creature della costa erano pi che fantasmi del passato o incarnazioni. Tra costoro vi erano gli spiriti delle coste settentrionali, cio di Scozia, Irlanda e Islanda. Di giorno essi assumevano la forma di grigie foche che si appollaiavano sulle scogliere e catturavano pesci nelle acque basse, muovendosi sulla terra, ma lucide e veloci sulle onde. Di notte per camminavano come uomini e donne.
Chi e che cosa erano? Gli abitanti delle isole Shetland credevano che fossero membri del Fin, una trib che era considerata il giardiniere del fondo del mare pi profondo, terre nascoste dove crescevano le alghe di ogni colore dell'arcobaleno, dove svettavano palazzi di cristallo, luminosi per il fosforo e dorati per lo splendore delle luci del nord. Nelle isole Orcadi e lungo le coste della Scandinavia, comunque, si diceva che tali creature assumessero la forma di uomini e donne annegati.
Comunque erano tutti d'accordo che in un certo tempo, secondo alcuni ogni nove notti, secondo altri solamente una volta l'anno, in una notte di mezza estate, un uomo o una donna abbastanza coraggiosi da camminare senza lanterna sulla costa avrebbero goduto della dolce visione. La luna sarebbe sorta, nel sentiero di luce formato sull'acqua, e sarebbero brillate teste nere, cio foche, nuotando verso la costa. Esse sarebbero saltate sulle scogliere argentee; per alcuni momenti si sarebbero fermate a riposare, come fanno le foche, con i musi sulle pietre. Poi tremanti si sarebbero alzate, e le loro pelli sarebbero scivolate con pieghe di seta sul terreno. Gli animali non sarebbero stati pi tali, ma bellissime fanciulle; i loro versi non sarebbero stati pi quelli di una foca ma avrebbero intonato dolcissime canzoni femminee. Cantando, esse avrebbero danzato al chiaro di luna fino all'apparire delle stelle. Allora si sarebbero fermate e sarebbero ritornate foche. Non pi fanciulle, si sarebbero immerse nuovamente in mare per scomparire.
Gli uomini dell'isola dicevano che colui che fosse riuscito a rubare la pelle di una di loro, mentre le fanciulle danzavano, avrebbe avuto una creatura tutta per s, poich senza la sua pelle di foca non sarebbe pi potuta ritornare nel mare. Finch gli uomini riuscirono a tenere nascoste le pelli, tali donne furono belle e amabili mogli, anche se talvolta lamentarono la mancanza del loro ambiente. Alcuni mortali ebbero dei figli da loro. Con il passare del tempo, comunque, le donne trovarono sempre il mezzo di trasformarsi e ritornare in mare, lasciando i loro mariti soli e i figli orfani. Nessuna unione tra le razze delle acque e della terra poteva essere duratura.
Inoltre, i figli nati da questi amori, cio ragazzi e ragazze le cui dita delle mani e dei piedi erano leggermente palmate, erano comuni nelle isole settentrionali della Scozia dove pi si avvertiva la presenza del mare. Non facevano neppure paura: le persone li ritenevano uno speciale dono del mare, poich erano portatori di un incantesimo.
Talvolta alcuni di questi giovani si univano agli stessi spiriti delle acque. Infatti gli isolani raccontavano di donne che sceglievano le foche fatate come amanti: una fanciulla doveva solamente camminare da sola lungo la costa e versare sette lacrime nel mare per invocare una creatura.
Quando le lacrime salate incontravano il mare, un uomo emergeva, lasciando la pelle di foca non appena affiorava, quindi si sarebbe unito alla ragazza l sulla scogliera per poi svanire. Da questa unione sarebbe nato un bambino. Alcuni di questi figli restavano con la madre, mentre altri comunque erano rivendicati dal padre quando diventavano adulti. In entrambi i casi le loro vite erano prive di requie, poi che, essendo creature sia del mare che della terra, erano continuamente combattute tra il desiderio di restare nell'ambiente naturale dove erano nati e quello di lasciarlo.
Nessun tormento siffatto era riservato alle sirene, cio bellissime donne con coda di pesce al posto delle gambe. Secondo gli scozzesi queste abitanti della costa appartenevano al popolo di Fin come le foche fatate. Le sirene erano per diffuse per largo raggio nelle coste del nord e, a differenza delle foche, erano molto pi antiche. Antichi racconti le definiscono le figlie di Afrodite, la dea dell'a more nata dalla spuma del mare, il cui compagno era un delfino, re dei pesci. Come segno della loro origine, le sirene portavano gli ornamenti della dea: lo specchio simbolo del pianeta luminoso Venere e pettini eburnei, che rappresentavano la potente femminilit di Afrodite.
Seduttrici, cantanti celestiali, le sirene erano un pericolo per l'uomo, poich lo adescavano nelle acque e intrappolavano la sua anima. L'amore di una sirena significava sempre la morte, una morte senza la sepoltura che avrebbe dato la pace all'anima. Erano creature cos affascinanti che i loro ritratti, rappresentati perfettamente con lo specchio e il pettine, vennero scolpiti nelle chiese di molti paesi, da Bologna allo Yorkshire, come ammonimento contro i piaceri sensuali. Inoltre la loro visione era funesta: l'apparizione di esse sulla costa intente a pettinare i lunghi capelli e a cantare nel contempo, veniva considerato un presagio di terribili temporali.
Naturalmente il litorale non era il solo confine tra la terra e il mare. Le controparti delle sirene, le foche e altri esseri che dimoravano lungo le rive del mare erano le creature che vivevano sulle sponde delle acque interne.
Probabilmente discendenti di vecchi dei dimenticati, questi spiriti solitari si nascondevano tra i giunchi che crescevano sui bordi dei fiumi, o nelle profondit di tranquilli stagni, dietro le cascate d'acqua, aspettando le ignare vittime mortali.
Una caratteristica di molti di loro era il costante cambiamento di forma, poich potevano assumere le sembianze pi seducenti. I tritoni degli stagni delle Shetland, per esempio, generalmente apparivano come piccoli pony saltellanti accanto all'acqua ferma, ma talvolta assumevano la forma di un giovane uomo. Essi adescavano le persone presso le rive e le soggiogavano: il cibo di cui si nutrivano per vivere era il sangue degli annegati. Parimenti, i necks della Scandinavia si potevano manifestare come barche o piccoli cani, o uomini vecchi con occhi verdi e barbe incolte, oppure semplicemente come voci che risuonavano sull'acqua, richiedendo ogni anno il sacrificio di una vita.
Alcuni abitanti delle acque interne erano esseri dall'aspetto grottesco. Il kappa, o kawako ("bambino del fiume") del Giappone, un folletto che si nutriva di vite umane, era un essere simile alla scimmia, con la pelle cornea e dita palmate; i kappa avevano una bassa depressione sulla cima del cranio, piena dell'acqua del fiume che gli dava la vita. Lungo la corrente del fiume Tees, nel nord dell'Inghilterra, abitava una strega dai capelli verdi, le fauci aperte, i denti verdi, chiamata Peg Powler, che era una cacciatrice, e il suo cibo preferito era la carne di bambino. Alcune creature erano custodi delle acque e anche esperte negli incantesimi.
Un tempo in Scozia, uno di questi esseri infestava un tranquillo stagno, talvolta sotto forma di una bella trota marrone, e talaltra apparendo come una fanciulla tanto graziosa quanto le betulle che ondeggiavano accanto all'acqua. Quantunque nessuno avesse saputo come fosse successo, ella sedusse un giovane di nome Colvill che lasci i suoi compagni per aspettare lei allo stagno. Per tutta un'estate sarebbe stato nelle braccia della ninfa.
Si sarebbe rovinato la vita in questo modo, se la sua famiglia non avesse combinato un matrimonio con una donna tanto spensierata e gioiosa quanto l'estate. Colvill rimase con lei per alcuni giorni dopo le nozze, all'apparenza incurante dei pericoli dell'altro mondo. La moglie, inconsapevolmente, lo rimand per alla fanciulla dell'acqua. Dopo aver saputo dei suoi appuntamenti, un pomeriggio, nel giardino della casa paterna, la giovane dolcemente lo preg di non far pi visita allo stagno.
Colvill si trovava in piedi nel giardino e fissava la sua signora, rimirando le trecce, la gonna rigida di broccato allacciata da una cintura che le era stata data come dono di nozze, nel mezzo di questa visione, sopraggiunse un'immagine dello stagno di montagna con le delicate betulle, i capelli della ninfa e i suoi occhi sorridenti marroni come le foglie. Colvill si volt e lasci la moglie.

Nella sua dimora, a proprio agio nelle ombre tremule che le ' betulle formavano sul terreno, la ninfa dell'acqua lo aspettava, quasi invisibile tra le foglie, insinuando le lunghe dita nell'acqua. Colvill si inginocchi vicino a lei. Costei, ravviandogli i capelli con il palmo della mano, disse: "Che cosa ne dici della tua nuova signora?". L'uomo scosse il capo e l'attir tra le braccia, ma la ninfa fece solo un sorriso, un sorriso tanto freddo quanto le acque di cui era guardiana.
"non ti fa male la testa, allora, giovane Colvill?ella disse dolcemente.
Un dolore gli lacer le tempie, cos acuto che lacrime scesero dagli occhi.
"Prendi un pezzo della mia veste e legati la testa; la magia che la impregna ti allevier il dolore".
Colvill segu il consiglio; con il coltello tagli un pezzo della camicia che indossava, mentre la ninfa lo guardava con occhi privi di espressione. Aveva ancora il sorriso sulle labbra mentre l'uomo legava il tessuto di seta intorno alla testa.
Come una corda di ferro, come un nodo della forca, la pezza di seta strinse la testa di Colvill, in modo sempre pi stretto, finch le ossa si ruppero e il sangue sgorg dalle orecchie. All'interno la testa gli urlava, ma non grid; barcollando cerc di strappare il bendaggio. Sotto la sua mano questo si stringeva sempre pi. Colvill allora si volt verso di lei, brandendo un coltello, ma non riusc a colpire la creatura che era evanescente come una goccia d'acqua. Rimase sospesa per un istante sul bordo dello stagno dicendo: " stata una cosa malvagia, giovane Colvill, avermi abbandonato per una fanciulla mortale".
L'uomo cadde a terra lacerato dal dolore, e la ninfa si tuff nel suo stagno.
Quando i compagni di Colvill giunsero a cercarlo alla fine lo trovarono moribondo. Non si vedeva alcuna cosa nello stagno, eccetto il flemmatico ondeggiare della coda di una trota marrone.
La ninfa dell'acqua, poich era stata abbandonata dal giovane, ne aveva allora preso la sua vita. Questo accadeva spesso, per non tutti gli spiriti dell'acqua si impadronivano della loro preda per rapacit o per ragioni di vendetta. Sembrava che ci fosse una corrente di attrazione tra le creature dell'acqua e i terrestri, una via, sempre sbarrata alla fine, poich gli antichi esseri dei laghi e delle sorgenti non appartenevano pi al mondo dei mortali cos come questi ultimi dovevano lasciare il proprio mondo se decidevano di entrare in quello fatato: chiunque avesse varcato i confini doveva lasciare la vita che aveva.
In Svizzera, per esempio, la gente raccontava spesso storie di creature fatate dei laghi e ruscelli, che talvolta oltrepassavano le sponde e camminavano tra gli uomini e le donne, e non erano dissimili dagli abitanti della terra, se non per l'acqua che gli scendeva sempre dalla sottogonna.
Gli svizzeri dicevano che un tempo il lago di Zug, incassato tra alte montagne
non lontano da Lucerna, era la sede del regno dei geni dell'acqua, governato da un re folletto il cui palazzo di vetro aveva le fondamenta nel fondo del lago. Di notte, le figlie del re a volte si avventuravano tra gli uomini del villaggio che delimitava il lago. Alla luce delle lanterne sospese nelle strade, le donne dell'acqua danzavano alla festa del raccolto, solo per svanire nuovamente all'alba, lasciando come traccia fino alle rive del lago delle gocce d'acqua.
Il momento dell'abbandono non era sempre facile, comunque.
Una giovane creatura si affezion profondamente a un giovane del paese, un agricoltore alto di statura che era di natura calma e dolce. Costui, a sua volta, fu attratto dalla fata, la cui voce era soave come le onde del lago e i capelli scintillanti come migliaia di gocce d'acqua. La creatura non poteva rimanere a vivere per sempre sulla terra; tuttavia, dopo settimane di incontri notturni, persuase il suo amante mortale a unirsi a lei nel letto del lago. Recitando formule magiche fece in modo che il mortale potesse vivere sott'acqua, respirando questa al posto dell'aria, ma non riusc a reprimergli la nostalgi del suo popolo lasciato sulla terra. Infatti costui viveva negli antri di vetro sottomarini struggendosi per la lontananza dal suo mondo.
Allora, secondo gli svizzeri, la creatura adoper tutti i suoi poteri magici per mettere a proprio agio l'amante: tra un tramonto e l'alba, comp l'incantesimo sul suo villaggio, richiamandolo negli abissi del lago.
Per i secoli seguenti, coloro che miravano le acque di Zug potevano vedere qualcosa di pi dei riflessi di montagne innevate o delle teorie di nuvole. Se non vi era vento e la luce era chiara, gli osservatori potevano vedere un'intera citt sotto l'acqua: le guglie delle chiese, i tetti a punta delle case, le stradine, gli alberi e i giardini. E non era un villaggio privo di vita: le persone si muovevano laggi, percorrendo le strade e curando i giardini.
Quando scendeva la sera, si accendevano le luci nelle case, e dalla costa si poteva sentire la campana della chiesa che suonava il coprifuoco dagli abissi, pregando che la fata e il suo mortale amante avessero la quiete del loro cuore.
Questo era un racconto delicato, molto amato dalle persone di campagna.
Sebbene fossero estranee all'acqua e alle sue creature, tali persone semplici amavano pensare che fosse comunque possibile l'unione tra le due razze. Molti uomini lo sapevano bene, specialmente coloro che vivevano lungo le coste del mare e avevano appreso i mezzi di sussistenza da esso.
Prprio alcuni mortali che erano ben consapevoli dei poteri degli spiriti dell'acqua ne erano comunque attratti.
Uno di questi fu un giovane bretone di nome Houaru.
Tutto cominci in un piccolo villaggio di pescatori chiamato Pont-Aven che sorgeva alla foce del fiume Aven, nel punto in cui questo sfociava nel mare. Il giovane era giunto a piedi da nord, da Leon, senza un soldo e beni, eccetto un coltello di ferro e una piccolissima campanella d'argento. Tali oggetti gli erano stati dati da una donna del suo villaggio che lo avrebbe aspettato mentre lui cercava di conquistarsi una posizione tra gli uomini che pescavano e lavoravano nei vivai di ostriche.
I pescatori di Pont-Aven lo assunsero subito: aveva una schiena robusta e mani volonterose. Erano per anche di mentalit ristretta, quindi pieni di sospetto verso gli stranieri. In quei tempi la regione della Bretagna era pervasa di forze magiche, e nessuno poteva sapere se i forestieri erano veramente quello che sembravano essere. Essi comunque non fecero alcun tentativo per far sentire Houaru uno di loro.
Tuttavia si assicurarono che avesse un letto e un posto, sebbene fosse quello riservato ai forestieri, nel loro negozio di vini. E fu cos che in un fumoso, affollato negozio, in una notte novembrina quando la pioggia batteva sulle imposte e il vento ululava all'esterno, Houaru sent le storie delle ricchezze del mare. Gli uomini raccontarono dell'isola di Loch, e dell'oro che ci sarebbe stato per colui che avesse osato affrontare la fata a guardia del tesoro. Alla fine Houaru chiese: "Dov' l'isola, allora?".
Un piccolo silenzio, commento alla curiosit dello straniero, scese nella stanza. Alla fine, uno dei pescatori, svuotata la coppa, rispose: "A Les Glnans".
L'uomo indic l'occidente, e Houaru cap.
Les Qlnans era un gruppo di isole rocciose, generalmente avvolte nella nebbia, che erano situate al largo della costa bretone nella baia di Biscay. L vi erano vivai di ostriche, ma pochi uomini sceglievano di raccoglierle, poich le isole avevano una reputazione sinistra, sebbene nessuno ne avesse spiegato il motivo.
Houaru aveva la passione dell'avventura, e infatti, proprio il mattino seguente lasci i pescatori di Pont-Aven per andare in cerca del tesoro.
Portando con s il coltello e la campanella che gli aveva dato l'amata, costui si diresse verso occidente a Concarneau, poich quella cittadina di pescatori poteva essere un buon punto di partenza per le ricerche.
Nel porto si impadron di una barchetta a remi incustodita e navig per dodici miglia verso Les Qlnans, dove le isole innalzavano le loro scogliere per difendersi dalle acque minacciose della baia. Loch fu facile da trovare: era la pi grande del gruppo, e alberi e fiori ombreggiavano le pietre. Houaru ormeggi la barca in una piccola insenatura e si arrampic sulle rocce. Dietro di lui si sollev la nebbia, formando un muro grigio intorno all'isola assolata.
Tra gli alberi trov un lago calmo lambito da salici. Sulla sponda c'era una piccola barca, dipinta di rosso scarlatto e con ornamenti d'oro. Questa senza dubbio era magica: aveva di fronte a s un lago di acqua fresca in un'isola circondata dal mare, e un'imbarcazione che sembrava fargli dei cenni.
Vi sal senza esitazione. Spontaneamente, la barca si stacc dalla sponda. Non appena si mosse, essa vibr e divenne pi morbida sotto di lui. Houaru si trov sopra delle piume calde e sul dorso di un enorme cigno, come se lui stesso fosse stato un anatroccolo. Il cigno volt il collo per guardarlo. Poi, senza allarmarsi, mentre Houaru chiudeva gli occhi e si teneva fermo, si tuff.
Il giovane apr gli occhi solo quando il fruscio dell'acqua cess e le piume del cigno si staccarono dalla mano. Si trovava di fronte a un turrito castello, circondato da giardini e dalla foresta. Questo era un luogo incantato, avvolto da un velo di luce. Al di fuori del chiarore, gorgogliavano acque verde-scuro, e sopra tutto un disco di luce solare mostrava la superficie del lago. Dentro la luminosa barriera tutto era per asciutto e protetto. Ai suoi piedi, i pesci nuotavano in uno stagno orlato da pietre nere.
"Bevi questogli sussurr all'orecchio una flebile voce. Gli fu messa in mano una coppa di vino. Il giovane si volt per vedere negli occhi la donna. In quell'istante, Houaru si perse, annegando nello sguardo di smeraldo di una fata, un essere che i Bretoni chiamavano groac'h. Abbandon l'idea dell'isola del tesoro che aveva finora cercato, bevve quindi il vino senza parlare, e la fata ridacchi.
"Vuoi stare con me, giovane uomo?ella chiese. Egli annu.
"Bene, allora faremo una festa di fidanzamento". La creatura si chin, mise un pesce dello stagno in un cesto d'oro e si diresse verso casa. Houaru la seguiva.
Nel salone, era' acceso un fuoco, i cui bagliori si riflettevano sul pallido marmo e nei piloni d'oro. Questa era una casa del tesoro, proprio come avevano detto i pescatori di Pont-Aven. Houaru si guardava per attorno con noncuranza, poich era in piedi con le mani ai fianchi, aspettando placidamente che la fata gli rivolgesse la parola.
"Devi fare un sacrificioella disse, e tocc il cesto d'oro. "Dai i pesci al fuoco, poi li mangeremo". Poi lo lasci e lui sent dentro di s un dolore acuto per la lontananza, nondimeno, mise il cesto nel fuoco. All'interno i pesci saltavano; si sentivano una dozzina di piccoli gridi.
Quando tocc il primo pesce con il suo coltello di ferro, preparandosi ad assaporarlo, esso sgusci via dalla mano e svan. Al suo posto si ergeva un uomo in miniatura, un pescatore come lui.
"Salva te stesso, amicogli grid la creatura con una voce acuta. "Una volta eravamo tutti uomini". Poi il nano si tuff per coprirsi; il ferro, antidoto contro l'incantesimo, aveva liberato un umano dal sortilegio della fata, sebbene non lo avesse riportato, a quanto sembrava, alle sue dimensioni normali. Inoltre, a Houaru era stato impedito di uccidere uno della sua stessa razza. Ritorn in s: terrorizzato, il giovane tocc un altro pesce del cesto e un altro ancora, e in pochi momenti, un esercito di piccolissimi uomini si accalc ai suoi piedi.
Il gruppo si disperse quando sent un lieve brontolio nella stanza: la fata si ergeva alta e sottile, i drappi del suo lungo vestito frusciavano ai piedi e una rete d'argento pendeva da una mano.
"Hai paura di servirmi?ella url, e Houaru, indietreggiando, fece cadere il coltello.
L'ultima cosa che vide del volto della creatura furono i suoi occhi verdi che emettevano scintille come la rete che aveva lanciato sulla sua testa. Poi la fata sembr diventare improvvisamente grande, librandosi in aria fino al soffitto in un vortice argenteo. La campanella d'argento dell'amata usc dalla camicia, suonando all'impazzata nel salone. Un freddo scese sulla pelle. Egli prov a urlare, ma la sua gola emise solamente un suono rauco.
"Adesso, allora, piccolo rospodisse una voce sopra la testa di Houaru " ora che tu cerchi il fango, dove vivono i rospi". Un duro calcio lo fece rotolare e scivolare per il pavimento. Houaru salt e potenti gambe di rospo lo portarono oltre le grinfie della fata. Raggiunse la porta del salone e si nascose dolorante nel prato all'esterno. Houaru non pot mai raccontare per quanto tempo fosse rimasto nel paese incantato, poich la luce l non cambiava mai, e il tempo era invariabile e d'oro. Egli si accovacci presso la riva dello stagno dove poteva vedere i pesci prigionieri e sentire le loro vocine quando parlavano. Comunque, la maggior parte era negli abissi, e Houaru se ne rimase nel prato, fuori dalla portata delle mani e dei piedi della fata. Talvolta costei cantava di se stessa, e Houaru dal basso poteva udire la storia dei suoi poteri, dei terrestri caduti nell'acqua, degli incantesimi del mare, delle vittorie delle onde.
Tuttavia, arriv un giorno in cui un'altra vittima apparve al palazzo della fata. Questa era una donna, e per di pi giovane. Sopra le calze nere, si gonfiavano le molte sottogonne tipiche dei costumi bretoni e gli orli del vestito erano cuciti alla moda del villaggio di Houaru. Ai suoi piedi era la punta del bastone di pastorella.
La giovane parl alla fata, e la sua voce era pacata e bassa, ma Houaru non pot comprendere le parole. Terrorizzato, egli lanci un avvertimento, ma pot solo emettere il verso gutturale di rospo. Con i nervosi colpi della loro scintillante coda, i pesci sbandarono e svanirono nelle profondit dello stagno.
Un momento dopo, il mondo esplose. Vino chiaro spruzz sull'erba; una rete color d'argento ricopr tutte le cose. La fata emise un lamento simile al suono del mare d'inverno, salendo vertiginosamente nell'aria.
Egli atterr solidamente sui piedi, e tremante si erse come un uomo. La fanciulla bretone gli sorrise tranquilla e lo chiam "dolce cuore". Ella era la sua amata che proveniva dal suo villaggio, sopraggiunta per salvarlo.
"Coraggiosa fanciulla!egli subitamente grid. "Come hai fatto a trovarmi?".
"Tu avevi bisogno delle magie delle antiche donne per combattere quella dell'acquaella rispose. "La mia campanella mi chiam e questo bastone mi ha condotto. E il freddo ferro poteva rompere l'incantesimo. La fata ora  un rospo, ma non rimarr a lungo cos. Trova i tuoi compagni". Insieme l'uomo e la donna perlustrarono lo stagno, toccando i pesci incantati uno per uno con la lama del coltello in modo che essi ritornassero uomini, sconfiggendo cos la magia del luogo. Ella disse a ciascuno di unire le mani. Poi il suo bastone cominci a splendere e a muoversi. Esso tir la catena umana oltre il lago, nell'aria libera.
La saggezza delle antiche donne salv il mortale, ma non sconfisse definitivamente il potere dell'acqua. Anni dopo, i Bretoni raccontarono storie sull'isola di Loch, di prigionieri caduti nella rete magica della fata.
Non importa quanto fossero diminuite le storie su di lei, come fosse circoscritto il suo territorio, la creatura era una figlia del mare dai sorprendenti poteri magici, erede di coloro che avevano regnato il mondo all'alba dei tempi, pi forti di qualsiasi altra razza, nelle sue vene scorreva il nettare di Oceano e Teti, madre del mare; del freddo Ran, divoratore di marinai; del potente Poseidone e delle nereidi.
Come loro, ella era antica. Era vecchia quanto le onde marine che si infrangevano contro la terra, quanto le sorgenti che sgorgavano dalle montagne e si ingrossavano in ruscelli e corsi d'acqua e alla fine in profondi laghi e potenti fiumi che nutrivano gli oceani del mondo.

Combattendo contro un mortale guardiano della fontana.
??? tutti gli spiriti delle fresche acque del mondo assumevano forma umana: vicino a Lerna, sulla costa orientale della Grecia, era nascosta l'idra, una bestia con molteplici teste di serpente, tra cui una immortale, e un fiato cos pestilente che poteva uccidere.
 La sua dimora era l'immensa palude di Lerna, dove un mostruoso granchio le teneva compagnia. L'idra si spingeva anche nella fertile regione attorno alla palude, terrorizzando gli abitanti.
 nel corso delle sue avventure l'eroe Eracle sfid l'idra. Con l'auriga accanto, costrinse il mostro a uscire dalla tana attaccandolo con frecce incandescenti. Infuriata, si lanci contro di lui e gli si avvilupp alle gambe e con le teste frementi lo attacc. Ai piedi, il suo compagno granchio lo pizzic con le enormi chele.
 Eracle schiacci il granchio con il piede. Con la clava colp le teste dell'Idra, e il suo auriga bruci i monconi con tizzoni ardenti, poich nuove teste crescevano quando il sangue della bestia fuoriusciva. Poi Eracle stacc la testa immortale e la seppell profondamente, attutendo il sibilo che non cessava mai. Egli immerse le frecce nel sangue dell'idra; da quel momento le frecce dell'eroe, avvelenate dal liquido del mostro, riuscirono sempre a uccidere.

Un'Infausta Alleanza tra Terra e Acqua.

Capricciosi come l'acqua stessa erano gli esseri che l'avevano scelta come dimora: essi sembravano spiare gli uomini che percorrevano la terra pieni di desiderio e paura, cosicch le avventure che le due razze condividevano erano intrise sia di piacere sia di terrore. Un tempo racconti di tali avventure erano comuni. Tra le pi tristi c'era quella di Ildebrando, signore del castello di Ringstetten, le cui terre si stendevano presso la Foresta Nera, vicino alla sorgente del Danubio.
La sua storia cominci con un torneo nella citt dell'imperatore, a molti giorni di viaggio dal suo castello. Il cavaliere si distinse nella giostra e nell'uso della spada, e incant le dame di corte nei festeggiamenti che accompagnavano il torneo. Una di loro, figlia di un duca, di nome Bertalda, era la pi bella e pi intraprendente della compagnia. Audacemente amoreggi con Ildebrando, finch egli le chiese il guanto come pegno del suo favore. Ella rispose che lo avrebbe avuto a condizione che si avventurasse in una foresta vicino alla citt e ritornasse da lei per narrarle le sue meraviglie. Questo era uno sciocco capriccio di fanciulla, ma Ildebrando era giovane e imprudente, e si mise alla prova. Quindi, un mattino d'estate, cavalc da solo nella foresta.
Il luogo dapprima non era pauroso. Gli alberi erano a molta distanza l'uno dall'altro, i loro tronchi diventavano rosei all'alba. Sotto gli zoccoli del cavallo, l'erba era lussureggiante e verde; sopra la testa, tordi e rigogoli cinguettavano tra le foglie dorate. Quando per il giorno fin, gli alberi si oscurarono e apparirono indistinti, e i rovi attecchirono tetramente alle radici, nessun uccello cantava, e altri suoni, come lamenti e brontoli, diventavano pi forti. Al limite della vista, fuligginose creature strisciavano tra i rami, osservando Ildebrando con gli occhi lucenti; forti dita si aggrappavano alle gambe del cavallo, l'animale rabbrividiva e mostrava il bianco degli occhi.
Frustrato, il cavaliere rote la cavalcatura in questo e quel modo, cercando il nemico, e cos trov se stesso che fissava un volto che sembrava sospeso tra i rami. Era quello di un vecchio, bianco come la spuma del mare, di un pallore spettrale.
Per niente codardo, Ildebrando volse il suo cavallo verso la visione. Tuttavia, nell'istante in cui si mosse, un fiume si sostitu al volto, ruggendo verso di lui con la terrificante forza della piena. Il cavallo si alz e fugg. Accecato dai violenti spruzzi e trascinato dalla corrente, l'animale annaspava nelle profondit della foresta, portando con s Ildebrando.
Imprigionato dal maelstrom e dall'acqua, Ildebrando perse la cognizione del tempo; il suo galoppo fin improvvisamente come era cominciato, ed egli non pot mai dire quanto fosse durato. Il suo cavallo si ferm tremante sulle rive di un ruscello. Poi si aprirono un varco nella foresta che ora si oscurava al loro passaggio. Il ruscello gorgogliava su una prateria fiorita, costituendo una penisola che si protendeva nelle acque di un placido lago. Nel bagliore della luce del sole che da una parte illuminava il prato, appariva una casetta. Presso la porta aperta vi era un uomo anziano, magro e abbronzato come i pescatori. Le reti erano distese sulle ginocchia e l'uomo teneva un pesante ago in mano; aveva sospeso il rammendo per scrutare l'intruso.
Ildebrando fece un cenno di saluto al pescatore, e costui si alz e abbass la testa cortesemente. Il cavaliere chiese riparo per s e il cavallo, e questo gli fu dato gratuitamente. Cos, quando scese la notte, si trov nella casa con il pescatore e sua moglie, con i piedi caldi davanti a uno scoppiettante focolare e una coppa di vino in mano.
Chiacchierarono pigramente finch l'acqua non picchi alla finestra. Si era alzato il vento. L'acqua picchiettava ancora, seguendo il percorso della cornice, e il pescatore grugn seccato. "Fermati, fanciulla, e vieni dentroegli url, e aggiunse a Ildebrando: " la nostra figlia adottiva;  un po' vivace, ma non c' malvagit in lei".
Subito, la porta si apr, e una donna, a malapena pi di una fanciulla, entr nella stanza. Ogni cosa di lei era luminosa. I suoi capelli chiari ondeggiavano intorno al viso, spargendo gocce d'acqua; i suoi occhi erano verde mare, la pelle pura e luminosa come le bianche creste delle onde. Ella si muoveva nella stanza mentre il pescatore la guardava con cipiglio e la moglie esprimeva irritazione. Si pos vicino alla sedia di Ildebrando.
"Perbacco, bellissimo cavaliereella disse. "Alla fine sei stato mandato da me?".
Incantato, Ildebrando allung la mano. Tuttavia, il pescatore scosse la testa e disse: "Questo non  il comportamento di una fanciulla, Ondina". Questa volta fu la fanciulla a imbronciarsi. Ella si alz e batt i piedi; poi la sua rabbia si tramut in riso, e si precipit come un vortice fuori della casa.
Ella svan. Ildebrando si mise per in cammino e segu la giovane nella notte. Si era scatenato un temporale. Era cos scura l'aria, cos scrosciante la pioggia, cos forte il sibilo del vento che egli perse velocemente la strada; anche le luci della casa svanirono in una nebbia di nuvole. Un volto vecchio brillava dinanzi a lui nell'oscurit; si volt verso di esso, e scivol nel torrente. L'acqua gli arrivava alla cintura e gli strapp i vestiti.
"Il vecchio, il principe dell'acqua,  pieno di trucchi, giovane cavaliereun'alta e chiara voce lo chiam. Seguendola, Ildebrando si apr una via nell'acqua e cos trov Ondina, in un angolo frondoso sulla piccola isola formata dall'inondazione. Egli si arrampic sulla terra accanto alla fanciulla e la prese tra le braccia per proteggerla, e cos si perse il cuore di Ildebrando. Essi attesero la fine del temporale.
Negli ultimi intervalli delle raffiche di vento, costoro udirono la voce rotta del pescatore che chiamava Ondina. La risoluta creatura alz le spalle al suono, ma Ildebrando la riport a casa.
Notte dopo notte, il piccolo promontorio si era trasformato in un'isola e tale rimase per alcuni giorni; il ruscello che lo sommerse, formato dalla piena, lo tagli fuori dalla foresta che lo divideva dal mondo.
Ildebrando non se ne cur troppo: egli rimase nella casa, cacciando uccelli acquatici e pescando, e crogiolandosi in un sogno a occhi aperti che era l'amore di Ondina.
Ella era incostante ed elusiva, radiosa e amorevole un momento, crudele e pungente un attimo dopo. Dall'uomo, Ildebrando apprese come la coppia l'aveva trovata. La loro figlia, a quanto sembrava, era scomparsa alcuni anni prima, e Ondina era apparsa alla loro porta alcuni giorni dopo. Piccolissima bambina, riccamente vestita e ingioiellata, ella aveva balbettato di palazzi di cristallo sotto il mare e di suo padre, il signore delle acque.
La fanciulla stessa raccont a Ildebrando la sua origine, come fosse una creatura del mare e a esso appartenesse. Quando ella mor, tutto ci che era stata svan nel nulla, disperdendosi tra gli elementi come se la sua esistenza non fosse mai avvenuta: ella perse l'immortalit dell'anima umana. Suo padre - signore del mare - l'aveva perci mandata a vivere tra gli uomini e donne, poich si diceva che se un'ondina che avesse conquistato il fedele amore di un uomo avrebbe ottenuto un'anima - e cos pervasa di spiritualit -avrebbe conseguito una sorta di immortalit.
E Ildebrando, che l'aveva incontrata, se ne innamor. Egli giur e spergiur la sua fedelt, e dal tempo del suo giuramento, Ondina divenne una tranquilla e amabile donna, dolce e risoluta piuttosto che l'incostante e capricciosa creatura che Ildebrando dapprima aveva conosciuto. Quando le acque della piena si ritirarono, egli la port via dai genitori che l'avevano protetta, per condurla nel suo mondo come sua moglie tra gli uomini.
Per quanto riguarda i vecchi, essi piansero e sorrisero nel vedere la figlia con il suo protettore. Ildebrando poteva darle di pi dei vecchi pescatori su un lago solitario e circondato da una foresta incantata.
Il viaggio di Ildebrando e Ondina fu un passaggio tra due mondi, quello di Ondina, remoto e calmo e custodito dall'acqua magica, e quello di Ildebrando, affollato e governato dall'umanit. Il confine tra i due mondi era la foresta, e guide da entrambi i luoghi giunsero a scortarli. Uno era un sacerdote vestito di bianco del paese di Ildebrando; l'altro era il pallido vecchio che Ildebrando aveva visto prima, nell'ampio fiume che lo aveva condotto forzatamente alla terra del pescatore e nella piena che lo aveva portato nell'isola di Ondina. Ella conosceva questa creatura, poich era uno spirito come lei, dotato dei loro poteri ma privo d'anima. Ma Ondina non era pi della sua razza ed ella gli volt le spalle, guardando Ildebrando.
Ondina non voleva spiriti dell'acqua con lei ora. Il vecchio scomparve quando lei gli url, ma per risposta la voce dello spirito echeggi nella foresta, esortando Ildebrando a proteggere la fanciulla del mare.
Ed ella ebbe bisogno di protezione nei mesi seguenti. La gente della citt imperiale le diede il benvenuto e le accord gli onori che erano dovuti alla consorte di Ildebrando. Ondina era per della razza delle fate. Anche se amata da Ildebrando quale lei era, anche se l'anima era umana, un'aura della sua origine la circondava e la luce di un altro mondo si rifletteva nei suoi occhi verde mare. In Ondina era presente una continua ossessione: quando si avvicinava a dei luoghi dove fuorusciva acqua - la fontana nella piazza per esempio - appariva una spia dai capelli bianchi, ossia lo spirito dell'acqua della sua antica razza che era a guardia della nuova. Costui le parlava e dunque le persone si ritiravano dinanzi alla forestiera Ondina.
Tuttavia, una persona cerc la sua compagnia. Questa era Bertalda, la figlia del duca le cui pretese civettuole avevano mandato Ildebrando nella foresta, dominio dello spirito dell'acqua che proteggeva Ondina. Sebbene trascurata da Ildebrando il quale scelse la fata, Bertalda si comport amabilmente: ella offr la sua amicizia e Ondina l'accett.
Cos le donne divennero amiche; infatti, Bertalda accompagn Ondina e Ildebrando quando essi lasciarono la citt per far ritorno nelle loro terre a Ringstetten. Cavalcando verso ovest lungo il Danubio, i giovani parlavano e ridevano amabilmente, come amici. Il viaggio li port a Ringstetten dalle alte mura, su un promontorio sovrastante un mosaico di campi e le foreste della Svevia.
Le prime settimane trascorse l furono piacevoli, facendo passeggiate, cacciando e altre attivit divertenti. Con il passare dei giorni, per il cuore di Ildebrando si allontan dalla fanciulla dell'acqua per riavvicinarsi alla donna mortale. Gli sguardi tra Ildebrando e Bertalda si incrociarono, spesso pi che da innocenti amici; essi stavano insieme, lontani dalla straniera, parlando del loro popolo. Ondina li vide. Ella non disse nulla, ma si struggeva di dolore.
Altri occhi si accorsero del legame crescente. Lo spirito del vecchio guardiano di Ondina l'aveva naturalmente seguita, prendendo la strada delle acque che correvano sottoterra.
Egli apparve dapprima vicino al pozzo che era nel cortile, luccicando pallidamente nell'ombra, ma non rimase a lungo. Durante le notti di autunno, egli perseguit Bertalda, che aveva rubato l'amore di Ildebrando. La segu nei corridoi del castello, e quando fu sola, le apparve, con lo sguardo truce e gridando, afferrando le gonne con le dita gocciolanti e pallide. Bertalda pianse e chiese aiuto a Ildebrando; costui condann il mondo della moglie.
Ondina ferm la persecuzione. Ella affront lo spirito dell'acqua quando lo trov; costei rifiut lui e la sua stessa razza, poich si considerava una mortale, con un'anima. Ella ordin al guardiano di ritornare nell'acqua e quando scomparve, dissolvendosi in una scia bianca nelle oscure profondit del pozzo, gli grid di stare lontano da lei. Ondina sigill l'imboccatura del pozzo con una pietra. Su questa aveva inciso alcuni segni che ella conosceva, incantesimi che avrebbero chiuso l'ingresso tra il suo regno d'origine e quello nuovo.
Dopo questo evento, la pace regn per alcuni mesi a Ringstetten. Grazie alla dolce fedelt della moglie, lo sleale Ildebrando ritorn ad amarla. Quando fu sigillato l'ingresso al mondo dell'acqua, nessuno spirito ritorn da quel mondo per infastidire l'uomo o le due donne che amava. Protetto dalla terra, il castello era tranquillo, e l'inverno pass senza alcun avvenimento.
Quando per giunse la primavera, e il ghiaccio sul Danubio si sciolse e discese sotto forma di blocchi fangosi, Ildebrando divenne irrequieto, e il suo stato d'animo coinvolse Bertalda e Ondina. Egli si sentiva imprigionato.
Ondina lo vide. Allora ella disse che i tre dovevano navigare il Danubio verso la citt dell'imperatore. Con parole magiche la fanciulla fece apparire immagini di frutteti in fiore per la primavera e campi segnati dai primi virgulti. Ella gli lanci un avvertimento: "Ho scelto te e il tuo popolo, maritodisse Ondina. "Sul fiume la mia gente ha potere. Se il tuo amore mi protegger, essi non potranno toccarmi; se ti allontanerai, mi riporteranno a casa, poich essi non si fidano del tuo cuore". Ildebrando sorrise solamente, e diede a sua moglie un bacio distratto.
Cos, su una bella barca con vele colorate si disposero a partire da Ringstetten, Bertalda, Ildebrando e Ondina, sua moglie. Essi erano felici; i marinai che li servivano ridevano vedendoli cos spensierati.
Tale stato dur per solo fino a che non raggiunsero le acque pi profonde al centro del fiume. Allora il viaggio divenne un incubo.
Le acque ribollivano e spumeggiavano, e tra le creste bianche appar una terrea testa, sorridente e senza il corpo; Ildebrando si volse verso la moglie. Ondina fece per un gesto di supplica e non disse una parola. Il momento pass e le acque si calmarono. L'apparizione scomparve. I marinai si fecero il segno della croce e scossero la testa, mormorando di stregoneria e di gente di altri mondi.
In poco tempo, il giorno era nuovamente tranquillo. Bertalda sorrideva e metteva la mano nel fiume per vedere i riflessi della catena d'oro che teneva. E tutti videro la sua lucentezza, e poi le bianche dita della morte che uscivano dall'acqua e afferravano la catena. Le labbra di Ildebrando si serrarono. Ondina per sorrise soltanto; ella mise le dita nell'acqua e tir fuori una catena di corallo che diede a Bertalda come consolazione per quella persa.
"Strega", disse allora Ildebrando. "Tu sei ancora una creatura dell'acqua. Tu non dovresti camminare tra gli uomini". Con questa affermazione rinneg la moglie.
Emettendo un flebile lamento, Ondina si volt. Scivol dal fianco della barca, e nessuno pot dire se semplicemente si fosse tuffata o se si fosse dissolta nell'acqua. L'ultima cosa che si vide di lei fu una scia verde e d'argento nella corrente del fiume.
Ildebrando cominci a soffrire,  vero, ma non per molto. Non era cosa facile avere una moglie straniera. Egli rimase a Ringstetten per il periodo di lutto, e Bertalda fece altrettanto. Venne il giorno in cui egli la chiese in moglie. Libera dal timore dell'altro mondo, la sua gente spost la pietra che ricopriva il pozzo e si prepar a celebrare il matrimonio del padrone.
Il potere delle acque per lo circondava ancora. Si diceva che Ildebrando sognasse Ondina e che egli la invocasse, nessuno sapeva se le visioni erano reali, ma il giorno delle nozze, tutti lo videro camminare verso il pozzo, pieno di desiderio per Ondina. Tutti scorsero la radiosa figura che emerse dal pozzo e protese le braccia verso di lui. Essi lo videro svanire in un attimo tra quelle braccia. Riapparve come un essere privo di vita, la cui anima era stata presa da Ondina. Ildebrando aveva scelto lo spirito del mare.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
I redattori desiderano ringraziare le seguenti persone e istituzioni per la loro collaborazione nella preparazione di questo libro: Ancilla Antonini, Scala, Firenze; Francois Avril, direttore del Dpartement des Manuscrits, Bibliotque Nationale, Paris; Maria Ceriotti, Marka, Milano; Valerie Chase, National Aquarium, Baltimora; Giancarlo Costa, Milano; Manfred Eger, Richard-Wagner-Museum, Bayreuth; Peter Elze, Worpsweder Archiv, Worpswede, Germany; Irmgard Ernstmeyer, Hirmer Verlag, Munich; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C; Marielise Gpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, Berlin; Claus Hansmann, Kulturgeschichtliches Archiv, Munich; Christine Hoffmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Munich; G. Irvine, Department of Oriental Antiquities, British Museum, London; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlin; Roland Kiemig, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlin; Tadahiko Kuraishi, Folklore Department, Kokugakuin University, Tokyo; The London Library, London; Margot Ludwig, Richard-Wagner-Museum, Bayreuth; Akiko Moki, Folklore Research Department, Seijo University, Tokyo; Nancy Murphy, Beijing University, China; Rijksmuseum, Amsterdam; B.W. Robinson, London; Justin Schiller, New York City; Robert Shields, Rare Books and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C.; Georg Syamken, Kunsthalle, Hamburg.
...
FINE.